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PATAGONIA

RECENSIONE

PATAGONIA

Simone Bozzelli esordisce nel lungometraggio con Patagonia. Il suo è un cinema che, seppur imperfetto, è in grado di portare un punto di vista nuovo, giovane e sincero nel panorama del cinema italiano.

​Bozzelli decide di raccontare in 16 mm una storia d’amore, che forse amore non è; e di gabbie, che forse gabbie fisiche non sono.

Yuri è un ragazzo di vent’anni che vive in un paesino sperduto dell’Abruzzo con la zia, quando ad una festa di compleanno incontra l’animatore-pagliaccio Agostino. Da subito Agostino impronta il loro rapporto sulla sopraffazione ed il controllo e allo stesso tempo sulla promessa di un viaggio lontano da quel contesto, verso la ricerca dell’indipendenza e libertà. Sono queste premesse che spingono Yuri a seguire Agostino nel suo viaggio, durante il quale troverà varie figure, soprattutto giovani, abbandonati e selvaggi, allo stesso tempo liberi dalle gabbie della società, e per questo stesso motivo persi ed emarginati.
Picture
Gli unici che sono in grado di scappare dalle proprie gabbie sono gli animali che, con forse qualche metafora di troppo, l’essere umano cerca di tenere con sé, in un rapporto, ancora una volta, di padroni e servi, tra chi domina e chi viene dominato, un rapporto che si estende in Yuri e Agostino.

I due giovani ragazzi hanno il sogno di raggiungere la Patagonia, che ricorda un po’ il “California dreaming” di Faye Wong in Chungking Express, ma la loro terra della libertà rimarrà per sempre un sogno impossibile di fronte alla loro precarietà e all’impossibilità di cambiare la propria situazione.

Yuri - tra le lamiere, tra le auto ribaltate, i rave notturni e i campi nomadi - trova l’abbraccio di Agostino. Un abbraccio violento e tenero in egual misura, una dipendenza d’affetto senza la quale rimangono solo le macerie tutt’intorno.

Un cinema sporco ed imperfetto, che fa di questa imperfezione qualcosa di bello.

​Di Simona Rurale

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