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PRIGIONE 77

RECENSIONE

PRIGIONE 77

1976, tre mesi dopo la caduta del regime franchista la Spagna è pronta a grandi cambiamenti sociali. Nel carcere di Barcellona “La Model” entra Manuel (Miguel Herrán) giovane contabile accusato di essersi intascato denaro aziendale. L’ambiente carcerario è tumultuoso, gerarchie ben delineate e apparentemente inscalfibili sono presenti nella prigione, ma una cosa è comune a tutti i carcerati: il trattamento di stampo dittatoriale che i secondini attuano, che sembra essere la perfetta osmosi del regime di Franco in tutto il Paese, ma le cose da adesso sia nella Nazione che all’interno delle carceri devono cambiare.

Serve un movimento e compattezza per sovvertire il potere, il popolo lo sa e anche i prigionieri di La Model devono adeguarsi all’andamento politico della Nazione. Questa consapevolezza porta alla creazione del Copel, movimento sindacale che comprende un gran numero di carceri spagnole e di cui il nostro protagonista sarà presto membro fondamentale.
Alberto Rodriguez descrive il suo Paese delimitandolo dalle mura delle prigioni, il carcere come microcosmo che si comporta esattamente come la Spagna e lo fa senza limitarsi. Mostra la carne dei carcerati dilaniata dalle manganellate delle guardie, persone che perdono la vita misteriosamente durante presunti interrogatori, e anche Pino (Javier Gutiérrez) compagno di cella di Miguel, che aveva ottenuto il rispetto e una sorta di “Immunità pacifica” con i secondini, è costretto ad aprire gli occhi di fronte ai soprusi e agli abusi di potere che i suoi compagni ricevono ogni giorno e decide presto di essere pedina fondamentale per la ribellione.

Pino non è altro che lo spagnolo che si è sempre adattato al regime, con la testa bassa pur essendo consapevole della soppressione che da oltre trent’anni si attua nel Paese, ma che ha finalmente capito che ribellarsi e combattere per la libertà è l’unico modo per poter progredire.
Lo stile magnetico del regista andaluso porta l’assoluta immersione dello spettatore, attraverso piani sequenza formidabili in spazi molto ridotti, chi osserva la pellicola si sente anch’egli sopruso all’interno delle celle. Ogni manganellata sferrata sul corpo dei prigionieri viene percepita dallo spettatore, così come la sporcizia presente nelle prigioni. Rodriguez riesce a trasportare lo spettatore accanto a Miguel nella sua lotta.

Con la Isla mínima (2014) Alberto Rodriguez aveva fatto scoprire il suo talento al mondo, dominando la premiazione dei Goya. Con Prigione 77 il suo talento viene confermato e riesce addirittura a superarsi, creando una pellicola travolgente, con una forza politica che è il fulcro del film.

​Di Saverio Lunare

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