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QUEER

RECENSIONE

QUEER - SPECIALE VENEZIA 81

Esattamente come ha fatto David Cronenberg nel 1991, anche Luca Guadagnino ha capito che fare un film tratto da un libro di Burroughs è impossibile, ciò che va fatto non è un film tratto da un suo libro, ma è uno su di lui.
Queer, come Il Pasto Nudo del maestro canadese, è un viaggio all’interno della vita del rivoluzionario scrittore, non è un racconto che può venire dalla penna di Burroughs, è Burroughs.

William Lee (Daniel Craig) vive in Messico e passa le sue giornate girovagando all’interno di bar e ambienti decadenti della vita mondana messicana. Quando incontra Eugene Allerton (Drew Starkey) un affascinante ragazzo americano (Come William) si innamorerà di lui e intraprenderà un viaggio tra Ecuador e la foresta sudamericana, alla ricerca di una droga che possa unire i due telepaticamente.
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Scordatevi la convenzionalità di Chiamami con il tuo nome (2017), le metafore sulla gioventù di Bones and All (2022) o la voluta ricercatezza stilistica di Challengers (2024). Queer è qualcosa di nuovo rispetto a tutto ciò che il regista ha fatto prima d'ora.
La costante tra questi film, ed è facile intuirlo, è il lavoro fatto sul desiderio e il corpo, ma in Queer la novità è come questo desiderio viene raccontato e come il corpo viene filmato. Perché la volontà di Guadagnino è quella di omaggiare la vita folle e anti convenzionale, esattamente come le sue opere, di Burroughs. Per farlo al meglio ha deciso di rendere il suo protagonista fisicamente identico allo scrittore (lo stesso fece Cronenberg con Peter Weller) e di mettere in scena l’atteggiamento sfrontato, folle, ma ricco di poesia della beat generation.
Picture
​Se con i suoi film più recenti (specialmente Chiamami con il tuo nome e Bones and All) Guadagnino ha cercato di raccontare il desiderio della gen Z, qui lo fa con la beat, essendo coerente con lo stile e la filosofia del movimento, sperimentando, uscendo dai canoni di una semplice storia d’amore, facendo qualcosa di realmente coraggioso e anti convenzionale.

Daniel Craig dona al film un'interpretazione incredibile, mettendosi sulle spalle qualcosa che non aveva mai fatto, riuscendo sempre ad evitare di essere una parodia della figura di Burroughs, ma rispettandolo nonostante le sue contraddizioni e il suo modo folle di essere, comprendendo ogni aspetto richiesto dalla sceneggiatura di Justin Kuritzkes e mettendosi completamente a disposizione della regia di Guadagnino.

Un film divisivo, che probabilmente verrà rigettato facilmente. Ma noi siamo convinti di una cosa: a William S. Burroughs sarebbe piaciuto quasi quanto è piaciuto a chi vi scrive.

​Di Saverio Lunare

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