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RAPITO

RECENSIONE

RAPITO

Raccontare l’antisemitismo pre-olocausto: Roman Polanski nel 2019 presenta al Festival del cinema di Venezia J’accuse (edito in Italia con il titolo “L’ufficiale e la spia”) dove viene analizzato l’affaire Dreyfus, militare francese accusato e condannato dal proprio tribunale di alto tradimento, senza alcuna prova. Alfred Dreyfus fu estromesso dall’esercito sostanzialmente perché di religione ebraica.

L’élite che abusa del proprio potere per “far fuori” il diverso, tutto ciò ben cinquant’anni prima della seconda guerra mondiale e dell’insediamento dei campi di sterminio nazisti.
Marco Bellocchio scava ancora più nel passato e lo fa nel nostro Paese. Il 23 giugno 1858 a Bologna viene sottratto dall’inquisizione Edgardo Mortara, un bambino di sei anni, ad una famiglia di religione ebraica. La motivazione è data dall’avvenuto battesimo di Edgardo quando era ancora un infante, successivamente il bambino viene trasferito nello Stato Pontificio dove verrà convertito al cristianesimo.

“Tutto è avvenuto secondo il diritto canonico” queste le parole di Pier Gaetano Feletti (Fabrizio Gifuni) inquisitore di Bologna, in risposta a Momolo Mortara (Fausto Russo Alesi) padre del bambino, che non ha voglia di mollare e di darsi per sconfitto di fronte all’accaduto.
Sin dal titolo, il regista (in co-sceneggiatura con la bravissima Susanna Nicchiarelli) mette le cose in chiaro: si è trattato di un rapimento, l’élite religiosa più importante del Pianeta è entrata con la forza in casa della famiglia Mortara e ha rapito il piccolo Edgardo, basterebbe soltanto il titolo per comprendere la forza del film. Ancora una volta un atto politico, ancora una volta Marco Bellocchio descrive l’Italia nella sua dimensione più spaventosa, ed ancora lo fa attraverso l’uso di chi è ai vertici del potere.
Rapito attraversa l’ottocento, lo fa con la forza di chi sa descrivere un’epoca utilizzando le immagini: dalla bava che cola dalla bocca di Papa Pio IX (Paolo Pierobon) quando parla di quanto il suo potere sia rilevante per il mondo, alla cresima dei ragazzi che vivono nello Stato Pontificio (compreso il convertito Edgardo) che vengono letteralmente assoldati con il sacramento, quasi a voler creare un esercito, al muro che separa l’Italia dal papato che crolla, bombardato da chi ha voluto e ottenuto l’unificazione del Paese, Rapito parla con le immagini e lo fa nel modo migliore possibile.

Marco Bellocchio, esattamente come il Polanski di J’accuse, ci fa capire come sia stato possibile arrivare ai fatti di metà novecento e come l’antisemitismo sia cresciuto in tutta Europa. Esattamente come l’affaire Dreyfus, il caso Mortara è stato concepito e attuato da chi dovrebbe guidarci, da chi dovrebbe governare (l’esercito da una parte, il potere religioso dall’altro).
Rapito di Marco Bellocchio è ambientato nell’ottocento, ma grazie alla forza del suo regista è capace di descriverci il secolo successivo.

​Di Saverio Lunare

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