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REBEL RIDGE

RECENSIONE

REBEL RIDGE

​Quanto sentivamo la mancanza di Jeremy Saulnier? Il regista esploso con Blue Ruin (2013) e Green Room (2015) mancava dalla regia di Hold the Dark (2018) una produzione Netflix che si era persa nel marasma delle distribuzioni cinematografiche della piattaforma di quel tempo.
Dopo sei anni il talentuoso regista statunitense torna ancora una volta a collaborare con Netflix, ma questa volta il suo Rebel Ridge non può passare inosservato.

Quando due agenti di polizia sequestrano a Terry (Aaron Pierre) il denaro per pagare la cauzione di suo cugino, l’uomo (ex marine) cercherà di fare giustizia scoperchiando un’ambiente corrotto, il cui capo è l’agente di polizia Sandy Burnne (Don Johnson). Terry si farà aiutare da Summer (AnnaSophia Robb) una determinata futura avvocato con un passato doloroso alle spalle.
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Che Saulnier sapesse entrare nelle fondamenta degli USA attraverso il genere non c’erano dubbi, ciò che sorprende è che nonostante questo lungo periodo di inattività cinematografica, il regista sembra non aver perso quella capacità travolgente di rappresentare il marcio del proprio Paese. Così come la giustizia privata crea un mostro in Blue Ruin e un gruppo di skinheads si trasformerà in una squadriglia armata in Green Room, anche in Rebel Ridge un avvenimento apparentemente privato e non degno d’importanza (il sequestro del denaro) si rivelerà un MacGuffin per far partire una storia di corruzione e privilegi istituzionali, ribaltando la concezione tipica del poliziesco. In Rebel Ridge le indagini non sono fatte dalla polizia, sono sulla polizia.
Picture
​La pellicola è impreziosita dal talento registico di Saulnier, capace di realizzare sequenze eccezionali, alternando la calma da ex marine di Terry (la quantità di caricatori scaricati dai proiettili in questo film è da record) e la frenesia degli agenti di polizia che hanno inizialmente sottovalutato l’uomo. Il tutto contornato dal personaggio di Summer, alle prese con scartoffie e burocrazia, sfruttando le sue capacità lavorative per incastrare Burnne e la sua centrale, a costo di perdere ciò che di più caro possiede: il riscatto sociale.

Dopo anni di attesa è finalmente tornato quel genietto cinematografico di Jeremy Saulnier e lo ha fatto con una pellicola che non ha nulla da invidiare a Blue Ruin e Green Room. Adesso dobbiamo sperare in una continuità che lo porterebbe ad essere un grande autore del cinema di genere americano.

​Di Saverio Lunare

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