SAINT OMER
Alice Diop esordisce nel cinema di finzione con Saint Omer, presentato in concorso alla 79ª edizione del Festival del cinema di Venezia, dove ne esce trionfante, aggiudicandosi due premi: il Leone del futuro-opera prima “Luigi De Laurentiis” e il Gran Premio della Giuria.
Impressiona la capacità che la regista ha di gestire un’opera di finzione per la prima volta. Esula dal documentario ma non perde la sua mano precisa e non mostra alcuna difficoltà a rapportarsi con una sintassi cinematografica diversa dalla sua comfort zone.
Rama (Kayije Kagame) è una scrittrice che ha intenzione di produrre una rivisitazione moderna del mito di Medea, per farlo assiste al processo di Laurence Coly (Guslagie Malanga), accusata dell’omicidio della figlia di appena un anno, abbandonandola sulle rive del mare durante una notte di alta marea.
Il film è basato per gran parte sul processo, sulla deposizione di Laurence e le testimonianze delle persone che la circondano. La pellicola paradossalmente non cerca di rispondere alle domande processuali, non vuole indagare sulle motivazioni di tale gesto ma analizza il rapporto tra Rama e Laurence. La cosa che sorprende di più in assoluto è l’assenza di dialogo tra le due, il loro è un rapporto basato sullo sguardo: quello di Rama, la donna europea, nata in Francia, che osserva il processo, spia l’imputata, ha intenzione di sfruttarla per la sua opera, sfruttare la sua tragica storia per ricavarne un profitto. Ma che uscirà ogni volta dal processo con più domande che risposte, con più problemi che idee.
Dall’altra parte abbiamo Laurence Coly, donna africana, impenetrabile nelle sue parole, uno scudo fatto di carne. Né lo spettatore, né Rama e nemmeno l’accusa processuale riesce e può approfondire il suo inconscio, il suo essere.
Alice Diop mette in rilievo il paesino dove è ambientata la storia, Saint-Omer un piccolo centro industriale situato nella regione dell’Alta Francia. Non a caso il titolo del film riprende il nome del comune, come se il contesto sia più importante dell’avvenimento.
Un paesino molto standardizzato, un posto tranquillo che deve affrontare con i suoi pregiudizi e idee prefissate una questione delicata come un processo per infanticidio.
Un’opera spiazzante, una pellicola che terrorizza e inietta dubbi nella nostra testa, esattamente come quelli che il processo ha installato nella testa di Rama.
Di Saverio Lunare
Impressiona la capacità che la regista ha di gestire un’opera di finzione per la prima volta. Esula dal documentario ma non perde la sua mano precisa e non mostra alcuna difficoltà a rapportarsi con una sintassi cinematografica diversa dalla sua comfort zone.
Rama (Kayije Kagame) è una scrittrice che ha intenzione di produrre una rivisitazione moderna del mito di Medea, per farlo assiste al processo di Laurence Coly (Guslagie Malanga), accusata dell’omicidio della figlia di appena un anno, abbandonandola sulle rive del mare durante una notte di alta marea.
Il film è basato per gran parte sul processo, sulla deposizione di Laurence e le testimonianze delle persone che la circondano. La pellicola paradossalmente non cerca di rispondere alle domande processuali, non vuole indagare sulle motivazioni di tale gesto ma analizza il rapporto tra Rama e Laurence. La cosa che sorprende di più in assoluto è l’assenza di dialogo tra le due, il loro è un rapporto basato sullo sguardo: quello di Rama, la donna europea, nata in Francia, che osserva il processo, spia l’imputata, ha intenzione di sfruttarla per la sua opera, sfruttare la sua tragica storia per ricavarne un profitto. Ma che uscirà ogni volta dal processo con più domande che risposte, con più problemi che idee.
Dall’altra parte abbiamo Laurence Coly, donna africana, impenetrabile nelle sue parole, uno scudo fatto di carne. Né lo spettatore, né Rama e nemmeno l’accusa processuale riesce e può approfondire il suo inconscio, il suo essere.
Alice Diop mette in rilievo il paesino dove è ambientata la storia, Saint-Omer un piccolo centro industriale situato nella regione dell’Alta Francia. Non a caso il titolo del film riprende il nome del comune, come se il contesto sia più importante dell’avvenimento.
Un paesino molto standardizzato, un posto tranquillo che deve affrontare con i suoi pregiudizi e idee prefissate una questione delicata come un processo per infanticidio.
Un’opera spiazzante, una pellicola che terrorizza e inietta dubbi nella nostra testa, esattamente come quelli che il processo ha installato nella testa di Rama.
Di Saverio Lunare