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SALTBURN

RECENSIONE

SALTBURN

Emerald Fennell dopo Promising Young Woman, film in cui indagava le dinamiche di potere tra uomo e donna, torna a parlare di potere. Questa volta lo fa, se possibile, con un pizzico di perversione e follia in più, in un film che non è altro che un crescendo di turbamento emotivo e ossessione e che trova gusto nello scavare visceralmente nella psiche del più forte (il maschio nell'opera prima ed ora il ricco aristocratico) per tirarne fuori contraddizioni e oscurità.

​Saltburn è un sogno ad occhi aperti per Oliver (Barry Keoghan), ragazzo umile e figlio di tossicodipendenti. Una tenuta maestosa ed elegante nella quale è stato invitato per le vacanze estive dal suo nuovo amico conosciuto ad Oxford, un rampollo figlio di una famiglia aristocratica di nome Felix (Jacob Elordi). Non ci vorrà molto perché nasca e cresca sempre di più l’ossessione di uno nei confronti dell’altro: il desiderio di possedere o forse, addirittura, di essere l’altro attanaglierà presto la psiche del protagonista.
Picture
Un vampiro assetato di sangue, un cannibale che divora il corpo dall'interno, una falena che insegue la luce più brillante e infine la voglia - non tanto di ballare sulla tomba della vittima - ma di possederla sessualmente. Tutte queste metafore estreme vengono, in modo esplicito, mostrate senza edulcorazione e ben presto quello che sembrava Call me by your name di Luca Guadagnino si trasforma in un thriller spietato e crudo dalle sfumature horror-gotiche.

​Emerald Fennell ce lo aveva già fatto capire con la sua opera prima che il vero protagonista del suo cinema è il corpo: desiderato, voluto e poi violato, profanato. Qui l’occhio è sempre di una regista donna e il corpo deve sempre passare attraverso questi stadi ma questa volta non è quello di una donna ma bensì, di un uomo.

​Il female gaze - ovvero lo sguardo e il “controllo” femminile dietro la MDP sul corpo maschile - in quest’opera è ancora più “rivoluzionario” non solo perché l’oggetto del desiderio è, appunto, un uomo (ripreso in modo estetizzante e sessualizzante con uno scopo preciso) ma perchè vengono anche sovvertiti alcuni stereotipi di genere riguardanti il sesso come forma di manipolazione per l’arrivismo e la scalata sociale.

​I ricchi subiscono passivamente il potere di chi guarda e quindi, della parte attiva che in questo caso coincide con Oliver: la falena, ironicamente il “femme fatale”, l’arrampicatore sociale. Non a caso, cliché relegati tipicamente alla sfera femminile che qui vengono ribaltati con coraggio.

Sultburn è un film sulla fine dell’alta borghesia che da The Servant (1963) a Parasite (2019) alla base abbiamo già visto, ma mai ribaltando gli stereotipi di genere attraverso il corpo e lo sguardo: le armi più potenti del cinema.

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Di Simona Rurale

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