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STRANGE WAY OF LIFE

RECENSIONE

STRANGE WAY OF LIFE 

Il nuovo film di Pedro Almodòvar è un cortometraggio di 31 minuti in cui il regista spagnolo smaschera il machismo tipico del genere Western sovvertendolo attraverso l’amore tra due uomini. Allo stesso tempo però, ne rispetta la forma con delle immagini che ne ricalcano l’immaginario (il film è girato in Armenia sfruttando i set in cui Sergio Leone girò la Trilogia del dollaro).

Silva (Pedro Pascal) attraversa il deserto fino alla città di Bitter Creek per incontrare Jake (Ethan Hawke), uno sceriffo sulle tracce di un uomo accusato di omicidio. Silva, dopo aver passato la notte con Jake, si scoprirà molto più coinvolto nell’omicidio di quello che sembra. Può dunque l’amore superare la giustizia?

​Almodóvar tratteggia in pochissimo tempo una storia potente che vive di contrapposizioni: da una parte è in grado di ricalcare gli archetipi del genere (i campi lunghi, i primissimi piani e lo stallo alla messicana), dall’altra (come dice il titolo tratto da una canzone cantata nei primi minuti dall’attore Manu Rios), il loro è uno strano modo di vivere “Strange Way of Life” ; Uno strano modo di vivere la vita è quello degli uomini che non seguono i loro desideri e i loro impulsi, coloro che non amano liberamente.
Picture
Questo tipo di uomo è tratteggiato soprattutto nel personaggio di Jake (Ethan Hawke). Attraverso dei flashback i due ripercorrono il loro passato, quando da giovani e ancora slegati da dei ruoli prestabiliti dalla società, sognavano di vivere insieme in un ranch.

​"Anni fa mi chiedesti cosa potevano fare due uomini da soli in un ranch. Ti rispondo adesso: possono prendersi cura l'uno dell'altro, proteggersi l'un l'altro, possono farsi compagnia".

Ebbene, ad un certo punto Jake sarà costretto a farsi prendere cura da Silva; e chissà se in quell’esatto momento di pace, da soli in un ranch, non possano scoprire che tutto quello che ipotizzavano è possibile nella realtà.
Strange way of life è un film che probabilmente avrebbe necessitato più minutaggio, che vive di personaggi tratteggiati e di “non-detto” proprio come richiede il modello del cortometraggio, lasciando lo spettatore con la voglia di saperne e averne di più.

Il suo più grande difetto, dunque, è che finisce proprio nel momento in cui sembra che abbia più cose da dire. D’altro canto tutto ciò che avviene prima è così bello che ti sembra siano passati solo 10 minuti prima dei titoli di coda. Insomma, c’erano tutte le premesse per realizzare un’opera molto più estesa, ma infondo, ciò che ci offre Pedro Almodóvar lo accettiamo volentieri.

Di Simona Rurale


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