TATAMI
L’esordio di Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv è stata la sorpresa dell’ultima edizione della mostra del cinema di Venezia. La folgorazione è immediata: un’inquadratura sul volto di Leila (Arienne Mandi), giovane judoka iraniana, e su quello di Maryam (Zar Amir Ebrahimi, anche co-regista del film), la sua allenatrice. Insieme le due sono in viaggio verso i mondiali di Judo e in sottofondo ascoltiamo una canzone hip-hop che carica la lottatrice.
Attraverso una sola sequenza, quella iniziale, Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi mettono subito in chiaro le cose: Tatami è, anzitutto, un thriller politico, ma è anche un dramma sportivo, e che dramma sportivo. La capacità dei registi, ed è questo che sorprende davvero, è il saper cambiare registro senza alcuna esitazione, quando è il Judo ad essere il protagonista, lo è in pieno, quando ad essere in primo piano è l’oppressione del regime iraniano, lo è senza sconti.
Leila si è presentata ai mondiali in una forma smagliante, è convinta di potersi aggiudicare la medaglia d’oro. Ma a metà della competizione, Maryam, la sua allenatrice, viene contattata dai vertici governativi iraniani che impongono alla lottatrice di fingere un infortunio in modo da favorire un suo ritiro, causa il possibile incontro di Leila con una judoka israeliana.
Attraverso una sola sequenza, quella iniziale, Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi mettono subito in chiaro le cose: Tatami è, anzitutto, un thriller politico, ma è anche un dramma sportivo, e che dramma sportivo. La capacità dei registi, ed è questo che sorprende davvero, è il saper cambiare registro senza alcuna esitazione, quando è il Judo ad essere il protagonista, lo è in pieno, quando ad essere in primo piano è l’oppressione del regime iraniano, lo è senza sconti.
Leila si è presentata ai mondiali in una forma smagliante, è convinta di potersi aggiudicare la medaglia d’oro. Ma a metà della competizione, Maryam, la sua allenatrice, viene contattata dai vertici governativi iraniani che impongono alla lottatrice di fingere un infortunio in modo da favorire un suo ritiro, causa il possibile incontro di Leila con una judoka israeliana.
Un gioiellino. Un’opera travolgente che esalta l’impresa sportiva, mettendola in contrapposizione con l’oppressione del regime. La forza di Tatami è proprio questa, riuscire a far percepire allo spettatore cosa significa vivere sotto un regime, utilizzando il linguaggio collettivo, quello dello sport.
Un’idea meravigliosa, portata già in scena da Jafar Panahi con il suo Offside (2006), dove le donne di Teheran, pur di assistere ad una partita di calcio decidono di travestirsi da uomini per ingannare i controlli. Esattamente come nell’opera di Panahi, anche il film dei due registi esordienti mette al centro la libertà di un gesto che per tutti dovrebbe essere la normalità, assistere o partecipare ad una competizione sportiva.
Tatami è un mix tra il cinema di Panahi, per quanto riguarda la messa in scena dell’oppressione, e quello di Bennett Miller (uno dei grandi, e pochi, registi capaci di saper mettere in scena lo sport) per la tensione che riesce a creare durante i match. Noi non potevamo desiderare una fusione migliore, Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv ci sono riusciti.
Di Saverio Lunare
Un’idea meravigliosa, portata già in scena da Jafar Panahi con il suo Offside (2006), dove le donne di Teheran, pur di assistere ad una partita di calcio decidono di travestirsi da uomini per ingannare i controlli. Esattamente come nell’opera di Panahi, anche il film dei due registi esordienti mette al centro la libertà di un gesto che per tutti dovrebbe essere la normalità, assistere o partecipare ad una competizione sportiva.
Tatami è un mix tra il cinema di Panahi, per quanto riguarda la messa in scena dell’oppressione, e quello di Bennett Miller (uno dei grandi, e pochi, registi capaci di saper mettere in scena lo sport) per la tensione che riesce a creare durante i match. Noi non potevamo desiderare una fusione migliore, Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv ci sono riusciti.
Di Saverio Lunare