THE BIKERIDERS
Più che Easy Rider (Dennis Hopper, 1969) la base sembra essere Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990). Come nel capolavoro di Scorsese, anche qui c’è una donna borghese che per amore del proprio uomo cerca di comprenderlo, di ambientarsi in un mondo che non le appartiene, da un lato affascinata e dall’altro impossibilitata ad accettare del tutto un modo di vivere così estremo, così diverso. Se in Quei bravi ragazzi erano dei gangsters, qui sono dei motociclisti, ma in entrambi i casi l’organizzazione è gerarchica e per scalare la gerarchia bisogna ottenere il rispetto dei membri del “club” in una legge del più forte che da sempre fa parte degli U.S.A.
Ispirato ad un libro fotografico realizzato da Danny Lyon (qui interpretato da Mike Faist), The Bikeriders racconta la storia di un club di motociclisti del Midwest, lo fa attraverso le parole di Kathy (Jodie Comer), moglie di Benny (Austin Butler) uno dei primi membri dei Vandals, il club di bikers fondato da Johnny (Tom Hardy) e che Danny Lyon ha immortalato nel suo libro.
Ispirato ad un libro fotografico realizzato da Danny Lyon (qui interpretato da Mike Faist), The Bikeriders racconta la storia di un club di motociclisti del Midwest, lo fa attraverso le parole di Kathy (Jodie Comer), moglie di Benny (Austin Butler) uno dei primi membri dei Vandals, il club di bikers fondato da Johnny (Tom Hardy) e che Danny Lyon ha immortalato nel suo libro.
Non c’è regista migliore nel descrivere spaccati americani di vita ai margini di Jeff Nichols. Se in Take Shelter (2011) l’uomo medio americano deve iniziare a convivere con la schizofrenia che lo porta ai margini della vita sociale e lavorativa; e in Loving (2016) due ragazzi devono scappare dal resto della società e lottare contro essa per compiere il loro matrimonio interraziale, in The Bikeriders il margine è quello di una vita estrema, incomprensibile per chi non ne fa parte, tra adrenalina che scorre nelle vene e quel corpo che è un ibrido con il motore, che porta a quel famoso essere parte dell’1% tanto rivendicato dai bikers americani.
Una struttura narrativa già vista, con l’intervista e i flashback al servizio della storia, ma la pellicola di Nichols ha dalla sua una fattura eccezionale, con un grande lavoro attoriale da parte degli interpreti (spiccano un Austin Butler sempre più bravo e un ritorno di Tom Hardy ai fasti di un tempo) e una maestria registica insita in Nichols, che in ogni sequenza fa percepire il legame tra il corpo e l’asfalto. Lo fa attraverso il sudore e il sangue, in un film che è capace sia di mettere in scena l’adrenalina che di raccontare quanto gerarchici sono diventati questi club, che seguono perfettamente l’andamento degli Stati Uniti d’America.
Di Saverio Lunare
Una struttura narrativa già vista, con l’intervista e i flashback al servizio della storia, ma la pellicola di Nichols ha dalla sua una fattura eccezionale, con un grande lavoro attoriale da parte degli interpreti (spiccano un Austin Butler sempre più bravo e un ritorno di Tom Hardy ai fasti di un tempo) e una maestria registica insita in Nichols, che in ogni sequenza fa percepire il legame tra il corpo e l’asfalto. Lo fa attraverso il sudore e il sangue, in un film che è capace sia di mettere in scena l’adrenalina che di raccontare quanto gerarchici sono diventati questi club, che seguono perfettamente l’andamento degli Stati Uniti d’America.
Di Saverio Lunare