THE BRUTALIST - SPECIALE VENEZIA 81
Quando nei Festival arrivano film così tutti se ne accorgono, la kermesse sembra fermarsi per un attimo perché è arrivato quello che sbaraglia tutto e tutti. La sensazione che si percepisce è proprio questa, merito di Brady Corbet che realizza un capolavoro e concede al Festival il film americano dell’anno.
Con la perfezione formale del miglior Paul Thomas Anderson e la capacità di raccontare gli Stati Uniti d’America che ricorda quella di registi del calibro di Sergio Leone, Martin Scorsese e Michael Cimino, The Brutalist si rivela un’opera mastodontica sotto ogni aspetto cinematografico.
La sequenza iniziale che ci presenta László Tóth (Adrien Brody) è da immortalare negli annali della settima arte. La macchina a mano segue il percorso di László tra corpi accalcati, fuori uscendo dal buio dell’imbarcazione ai piedi della Statua della Libertà che osserva dall’alto il nostro protagonista. Capiamo che siamo a Manhattan, sappiamo che siamo alla fine degli anni ‘40, che László proviene dal vecchio Continente, per la precisione dall’Ungheria e che di mestiere fa l’architetto.
Da qui inizia un’epopea attraverso i decenni con protagonista László Tóth e l’America: all’inizio si amano, poi si scontrano, si riabbracciano quando fa più comodo e si abbandonano ancora quando non servono più l’uno all’altro. Ciò che è evidente da The Brutalist è che per Corbet l’America ha una grossa capacità, quella di essere stata (e probabilmente lo è ancora) il polo attrazionale per chi viene da lontano e sta cercando di avere un futuro dignitoso. Quando la mente è brillante e il corpo funziona è un sogno, quando iniziano a scricchiolare le integrità umane, diventa un incubo.
Con la perfezione formale del miglior Paul Thomas Anderson e la capacità di raccontare gli Stati Uniti d’America che ricorda quella di registi del calibro di Sergio Leone, Martin Scorsese e Michael Cimino, The Brutalist si rivela un’opera mastodontica sotto ogni aspetto cinematografico.
La sequenza iniziale che ci presenta László Tóth (Adrien Brody) è da immortalare negli annali della settima arte. La macchina a mano segue il percorso di László tra corpi accalcati, fuori uscendo dal buio dell’imbarcazione ai piedi della Statua della Libertà che osserva dall’alto il nostro protagonista. Capiamo che siamo a Manhattan, sappiamo che siamo alla fine degli anni ‘40, che László proviene dal vecchio Continente, per la precisione dall’Ungheria e che di mestiere fa l’architetto.
Da qui inizia un’epopea attraverso i decenni con protagonista László Tóth e l’America: all’inizio si amano, poi si scontrano, si riabbracciano quando fa più comodo e si abbandonano ancora quando non servono più l’uno all’altro. Ciò che è evidente da The Brutalist è che per Corbet l’America ha una grossa capacità, quella di essere stata (e probabilmente lo è ancora) il polo attrazionale per chi viene da lontano e sta cercando di avere un futuro dignitoso. Quando la mente è brillante e il corpo funziona è un sogno, quando iniziano a scricchiolare le integrità umane, diventa un incubo.
La sceneggiatura scritta a quattro mani dalla coppia Corbet-Fastvold narra la storia di immigrati con aspirazioni e di ricchi magnati (Guy Pierce nel ruolo della vita) che arrivati anch’essi dall’Europa (Van Buren è il cognome) hanno il bisogno di sentirsi americani e di rappresentare gli Stati Uniti, per farlo decidono di sfruttare le abilità dei nuovi arrivati.
László Tóth è evidente, è scritto sul corpo e il volto di Adrien Brody. Non esiste nessun altro attore vivente capace di reggere in maniera così credibile questo ruolo, con questa intensità e forza. Così come Władysław Szpilman ne Il Pianista (2002) di Roman Polanski anche qui László Tóth è sopravvissuto all’olocausto e l’utilizzo che Brody fa del proprio volto, della voce e del suo fisico è a livello di quella nel capolavoro di Polanski che gli è valso l’Oscar più giovane di sempre al miglior attore protagonista. Eccezionale anche la prova di Felicity Jones nel ruolo di Erzsébet Tóth, la moglie di László che raggiungerà l’uomo in America più avanti; Jones dona un'interpretazione di una eccezionale sofisticatezza, sia per quanto risulta credibile nel ruolo di donna europea di metà novecento, sia per il fantastico lavoro fatto sulle fragilità fisiche e mentali della donna.
Non sorprende che Corbet abbia fatto un film così, ciò che meraviglia è che un classe 1988 abbia la personalità, il talento e la sfacciataggine di realizzare un’opera così imponente, consacrandosi come nuova grande firma del cinema hollywoodiano.
Soltanto il tempo ci dirà se The Brutalist verrà ricordato come uno dei film americani più importanti del nuovo millennio, per chi scrive probabilmente lo è già e sicuramente la proiezione in 70 mm in Sala Grande ha segnato un momento che resterà negli annali del Festival del cinema di Venezia.
Di Saverio Lunare
László Tóth è evidente, è scritto sul corpo e il volto di Adrien Brody. Non esiste nessun altro attore vivente capace di reggere in maniera così credibile questo ruolo, con questa intensità e forza. Così come Władysław Szpilman ne Il Pianista (2002) di Roman Polanski anche qui László Tóth è sopravvissuto all’olocausto e l’utilizzo che Brody fa del proprio volto, della voce e del suo fisico è a livello di quella nel capolavoro di Polanski che gli è valso l’Oscar più giovane di sempre al miglior attore protagonista. Eccezionale anche la prova di Felicity Jones nel ruolo di Erzsébet Tóth, la moglie di László che raggiungerà l’uomo in America più avanti; Jones dona un'interpretazione di una eccezionale sofisticatezza, sia per quanto risulta credibile nel ruolo di donna europea di metà novecento, sia per il fantastico lavoro fatto sulle fragilità fisiche e mentali della donna.
Non sorprende che Corbet abbia fatto un film così, ciò che meraviglia è che un classe 1988 abbia la personalità, il talento e la sfacciataggine di realizzare un’opera così imponente, consacrandosi come nuova grande firma del cinema hollywoodiano.
Soltanto il tempo ci dirà se The Brutalist verrà ricordato come uno dei film americani più importanti del nuovo millennio, per chi scrive probabilmente lo è già e sicuramente la proiezione in 70 mm in Sala Grande ha segnato un momento che resterà negli annali del Festival del cinema di Venezia.
Di Saverio Lunare