THE SUBSTANCE
Era il 2017 quando Coralie Fargeat esordiva con Revenge, un film in cui il deserto si faceva teatro di vendetta per una ragazza che aveva subito una violenza sessuale. Già dal suo esordio la Fargeat aveva dimostrato la capacità di gestire vari generi come il thriller, il western, fino ad una escalation di violenza che vira nel puro exploitation, con tonnellate di sangue e gore per raccontare la violenza di genere ribaltando i ruoli di vittima e carnefice.
The Substance è un’altra storia ma “la penna” è la stessa e (per la nostra/mia gioia) il sangue è triplicato. Se in Revenge la protagonista sparava un colpo di fucile lì dove un uomo non vorrebbe mai essere colpito per esplicitare una rabbia femminile stanca di rimanere l’oggetto passivo del desiderio, in The Substance la regista usa la stessa violenza visivamente ripugnante, e lo fa con il corpo della donna: involuto e desiderato, sfruttato, colpito, lacerato, deformato, insanguinato, mostrificato.
Il film si apre con una sequenza tanto semplice quanto potente: la stella della Wolk of Fame dell’attrice premio Oscar Elisabeth Sparkle (interpretata non a caso da Demi Moore) si deteriora con il passare degli anni, fino a che, di crepa in crepa, l’attrice non viene dimenticata.
Harvey (un nome anch’esso non casuale se si pensa all’industria cinematografica, interpretato da Dennis Quaid) gestisce una trasmissione di aerobica in cui Elisabeth è la conduttrice da molti anni, ma arrivata a 50 anni secondo il direttore non è più abbastanza attraente per rimanere sotto i riflettori. Harvey desidera della carne fresca e giovane ed Elisabeth non rientra più in questi canoni. Indesiderata e abbandonata dalla stessa industria che un tempo la acclamava si convincerà ad usare “La Sostanza”: un liquido verde (che non può non ricordare quello di Stuart Gordon in Re-animator) in grado di far nascere dal suo corpo una versione migliore di sè stessa. Alternandosi di settimana in settimana mentre “l’altra” giace in uno stato vegetativo la nuova Elisabeth, Sue (Margaret Qualley) romperà presto le regole del gioco.
The Substance è un’altra storia ma “la penna” è la stessa e (per la nostra/mia gioia) il sangue è triplicato. Se in Revenge la protagonista sparava un colpo di fucile lì dove un uomo non vorrebbe mai essere colpito per esplicitare una rabbia femminile stanca di rimanere l’oggetto passivo del desiderio, in The Substance la regista usa la stessa violenza visivamente ripugnante, e lo fa con il corpo della donna: involuto e desiderato, sfruttato, colpito, lacerato, deformato, insanguinato, mostrificato.
Il film si apre con una sequenza tanto semplice quanto potente: la stella della Wolk of Fame dell’attrice premio Oscar Elisabeth Sparkle (interpretata non a caso da Demi Moore) si deteriora con il passare degli anni, fino a che, di crepa in crepa, l’attrice non viene dimenticata.
Harvey (un nome anch’esso non casuale se si pensa all’industria cinematografica, interpretato da Dennis Quaid) gestisce una trasmissione di aerobica in cui Elisabeth è la conduttrice da molti anni, ma arrivata a 50 anni secondo il direttore non è più abbastanza attraente per rimanere sotto i riflettori. Harvey desidera della carne fresca e giovane ed Elisabeth non rientra più in questi canoni. Indesiderata e abbandonata dalla stessa industria che un tempo la acclamava si convincerà ad usare “La Sostanza”: un liquido verde (che non può non ricordare quello di Stuart Gordon in Re-animator) in grado di far nascere dal suo corpo una versione migliore di sè stessa. Alternandosi di settimana in settimana mentre “l’altra” giace in uno stato vegetativo la nuova Elisabeth, Sue (Margaret Qualley) romperà presto le regole del gioco.
È chiaro che Coralie Fargeat, attraverso una post-moderna reintrepretazione de Il ritratto di Dorian Gray, in cui la linfa vitale è estratta non dal quadro di Dorian ma dalla “vecchia versione di te”, si sferra contro la società dello spettacolo e non solo. Perché The Substance, prima di parlare di società parla di noi stessi (o meglio noi stesse), e della volontà, indotta con la violenza da altri, di persistere nel tempo e nell’immaginario collettivo. Iper-presenti, iper-connessi attraverso le immagini che ci cristallizzano nel tempo e riconsegnano a tutti la nostra identità, spesso costruita e artificiale. E questo deve avvenire a tutti i costi, anche se il prezzo da pagare è odiarsi profondamente fino ad arrivare all’autodistruzione del vero io, attraverso un atto metaforicamente suicida.
Coralie Fargeat mette in scena la scalata verso la perfezione, quella destinata a fallire cercando di migliorare l’impossibile, un concetto che riesce a trasferire attraverso una potentissima sequenza di Elisabeth davanti allo specchio mentre continua stratificarsi il trucco che non è in grado di coprire i segni dell’età, mai soddisfatta di un riflesso di cui si vergogna per colpa di qualcuno, indotta a deturparsi nella disperazione. Lo specchio diventa un’arma per auto-sabotarsi e successivamente colpirsi fino a ridursi in fin di vita. Sono sentimenti talmente propri al genere femminile che solo una regista poteva restituirli con così tanta rabbiosità, attraverso sequenze che non necessitano di parole perché si spiegano attraverso la potenza delle immagini.
Crude, spietate e grottesche, le immagini della Fargeat prendono il meglio del body horror per costruire un film che però ha vita propria: Society The Horror, Carrie, Shining, The Elephant Man, sono solo alcuni dei riferimenti di cui la regista si appropria per declinare la storia a modo suo, senza mai perdere la sua personale rabbia e il suo stile già riconoscibile (incredibile se si pensa a questo come solo il suo secondo lavoro). Inoltre le fonti da cui attinge sono riscritte non solo per stile ma anche per contenuto, qui estremamente politicizzato come critica a tutto ciò, e tutti coloro che inducono le donne ad essere qualcosa di impossibile.
E allora non si può che diventare dei mostri, vomitando sangue e rabbia su tutti coloro che ci hanno fatto diventare così.
Di Simona Rurale
Coralie Fargeat mette in scena la scalata verso la perfezione, quella destinata a fallire cercando di migliorare l’impossibile, un concetto che riesce a trasferire attraverso una potentissima sequenza di Elisabeth davanti allo specchio mentre continua stratificarsi il trucco che non è in grado di coprire i segni dell’età, mai soddisfatta di un riflesso di cui si vergogna per colpa di qualcuno, indotta a deturparsi nella disperazione. Lo specchio diventa un’arma per auto-sabotarsi e successivamente colpirsi fino a ridursi in fin di vita. Sono sentimenti talmente propri al genere femminile che solo una regista poteva restituirli con così tanta rabbiosità, attraverso sequenze che non necessitano di parole perché si spiegano attraverso la potenza delle immagini.
Crude, spietate e grottesche, le immagini della Fargeat prendono il meglio del body horror per costruire un film che però ha vita propria: Society The Horror, Carrie, Shining, The Elephant Man, sono solo alcuni dei riferimenti di cui la regista si appropria per declinare la storia a modo suo, senza mai perdere la sua personale rabbia e il suo stile già riconoscibile (incredibile se si pensa a questo come solo il suo secondo lavoro). Inoltre le fonti da cui attinge sono riscritte non solo per stile ma anche per contenuto, qui estremamente politicizzato come critica a tutto ciò, e tutti coloro che inducono le donne ad essere qualcosa di impossibile.
E allora non si può che diventare dei mostri, vomitando sangue e rabbia su tutti coloro che ci hanno fatto diventare così.
Di Simona Rurale