The whale - le vie del cinema 2022
La profondità del mare, nella quale la balena trascorre la sua solitaria vita, è da sempre un elemento fortemente simbolico. Se la coscienza è ricollegabile alla superficie, la sfera dell’Io più profondo ed emotivo si raffigura nello scuro abisso marino, creando un parallelismo tra l’habitat del mastodontico animale e la sua sfera emotiva sensibile, la sua psiche di emozioni sincere.
Da questa suggestione il drammaturgo statunitense Samuel D. Hunter porta al debutto nel 2012 “The Whale”, opera teatrale dalla quale Aronofsky trae il suo adattamento cinematografico presentato in concorso alla 79esima edizione del Festival del cinema di Venezia.
La balena di Aronofsky è Charlie (Brendan Fraser), un insegnate di Inglese che soffre di una grave forma d’obesità. L’uomo passa le sue giornate costretto sul divano di casa, il suo corpo è lo specchio del suo stato d’animo e la sua immobilità fisica è il riflesso di un’immobilità mentale: incapace di rialzarsi dopo un grave lutto, Charlie si nutre della sua stessa malinconia sublimata in cibo spazzatura.
In una casa isolata dalla città, la pioggia batte forte sul porticato di Charlie (come a simboleggiare la balena circondata dalle acque), in contrasto con la sua immobilità intorno all’uomo orbitano vari personaggi quali l’infermiera, la figlia, un ragazzo missionario e l’ex moglie. In casa di Charlie è perenne un senso di claustrofobia che il regista accentua tramite l’uso calzante di una ripresa in 4:3, che soffoca e comprime la scena. Un respiro affannoso, la pelle bagnata dal sudore, le abbuffate voraci e animalesche creano nello spettatore un senso di disagio misto a compassione.
“Do i disgusting you?”
É ciò che urla Charlie in un momento d’ira e di liberazione, la domanda sembra rimbalzare dal personaggio a cui è diretta allo spettatore che viene sapientemente manipolato da Darren Aronofsky. Quest’ultimo non può non cadere nella trappola emotiva del regista davanti alla performance tanto straziante quanto umana di Brendan Fraiser che, sotto i chili di trucco prostetico, fa parlare gli occhi malinconici colmi di lacrime e dolore.
Charlie infatti è un uomo dall’animo gentile e sensibile che chiede ai suoi studenti di “scrivere qualcosa di onesto”, non importa se poco poetico o banale. La sua forza è proprio la parola, egli in ogni sillaba trova la salvezza, non a caso legge e rilegge il tema della figlia su Moby Dick con il quale cerca di ritardare un attacco cardiaco fatale facendosi cullare dalle parole.
Charlie è fautore della sua disfatta, coscientemente si abbandona all’autodistruzione perché non vuole essere salvato. La redenzione del personaggio non può esserci perché - nonostante il suo irresistibile ottimismo nel vedere il bene negli altri - nessuno salva nessuno e nessuno si salva da solo.
Un uomo dal cuore grande destinato presto a fermarsi ma non prima di alleggerire la sua anima tramite un sorriso, un ultimo fugace momento di felicità.
Di Simona Rurale
Da questa suggestione il drammaturgo statunitense Samuel D. Hunter porta al debutto nel 2012 “The Whale”, opera teatrale dalla quale Aronofsky trae il suo adattamento cinematografico presentato in concorso alla 79esima edizione del Festival del cinema di Venezia.
La balena di Aronofsky è Charlie (Brendan Fraser), un insegnate di Inglese che soffre di una grave forma d’obesità. L’uomo passa le sue giornate costretto sul divano di casa, il suo corpo è lo specchio del suo stato d’animo e la sua immobilità fisica è il riflesso di un’immobilità mentale: incapace di rialzarsi dopo un grave lutto, Charlie si nutre della sua stessa malinconia sublimata in cibo spazzatura.
In una casa isolata dalla città, la pioggia batte forte sul porticato di Charlie (come a simboleggiare la balena circondata dalle acque), in contrasto con la sua immobilità intorno all’uomo orbitano vari personaggi quali l’infermiera, la figlia, un ragazzo missionario e l’ex moglie. In casa di Charlie è perenne un senso di claustrofobia che il regista accentua tramite l’uso calzante di una ripresa in 4:3, che soffoca e comprime la scena. Un respiro affannoso, la pelle bagnata dal sudore, le abbuffate voraci e animalesche creano nello spettatore un senso di disagio misto a compassione.
“Do i disgusting you?”
É ciò che urla Charlie in un momento d’ira e di liberazione, la domanda sembra rimbalzare dal personaggio a cui è diretta allo spettatore che viene sapientemente manipolato da Darren Aronofsky. Quest’ultimo non può non cadere nella trappola emotiva del regista davanti alla performance tanto straziante quanto umana di Brendan Fraiser che, sotto i chili di trucco prostetico, fa parlare gli occhi malinconici colmi di lacrime e dolore.
Charlie infatti è un uomo dall’animo gentile e sensibile che chiede ai suoi studenti di “scrivere qualcosa di onesto”, non importa se poco poetico o banale. La sua forza è proprio la parola, egli in ogni sillaba trova la salvezza, non a caso legge e rilegge il tema della figlia su Moby Dick con il quale cerca di ritardare un attacco cardiaco fatale facendosi cullare dalle parole.
Charlie è fautore della sua disfatta, coscientemente si abbandona all’autodistruzione perché non vuole essere salvato. La redenzione del personaggio non può esserci perché - nonostante il suo irresistibile ottimismo nel vedere il bene negli altri - nessuno salva nessuno e nessuno si salva da solo.
Un uomo dal cuore grande destinato presto a fermarsi ma non prima di alleggerire la sua anima tramite un sorriso, un ultimo fugace momento di felicità.
Di Simona Rurale