TRIANGLE OF SADNESS
Il triangolo della tristezza del titolo del nuovo film di Ruben Östlund, si riferisce a quelle piccole rughe d’espressione all’altezza delle sopracciglia che appaiono con lo stress e la preoccupazione. Le stesse che vanno assolutamente mascherate e distese se sei un membro dello staff sorridente e accondiscendente di una vacanza da sogno su uno yacht circondato da ricchi anziani che si vantano dei soldi che hanno fatto passando sopra il prossimo o spargendo addirittura sangue.
Vincitore della palma d’oro alla 75esima edizione del festival di Cannes, Triangle of sadness porta lo spettatore ad avere il mal di mare sopra una, tanto cinica quanto esilarante barca rappresentante la contemporaneità in tutte le sue sincere contraddizioni. L’intento di Östlund è creare un microcosmo piramidale (simulacro e specchio della società capitalistica) e smontarne e smascherarne i più nauseanti comportamenti. In questo modo i vizi e l’ingordigia degli anziani ricchi si trasforma nei fatti (ma anche metaforicamente) in liquido corporeo: intere scene di vomito e dissenteria che lasceranno lo spettatore in un limbo tra divertimento e ribrezzo.
Viene da sé che questa nauseante barca composta da ricchi mercanti d’armi, venditori di “merda” (fertilizzante agricolo), influencer che guadagnano molto di più rispetto ai fidanzati modelli ed un equipaggio disposto ad accontentare ogni più stupida richiesta degli insaziabili ospiti, è destinata ad affondare molto presto travolti da un destino che probabilmente si sono meritati.
Ma la riflessione del regista svedese non si ferma ad una superficiale critica alla classe privilegiata dominante. Come ci ha insegnato Parasite (Bong Joon-ho) appena tre anni fa, quando la sovrastruttura (uomo ricco/uomo povero) cede rimane solo una cosa: l’uomo; e l’uomo ha sempre sete di potere e si può trasformare in mostro appena le condizioni in cui si trova glie lo permettono.
Quando i personaggi si ritrovano spogli di ogni bene materiale su di un’isola deserta, ed i soldi non valgono più nulla, si applica la legge darwiniana della sopravvivenza del più forte, del più furbo e scaltro, anche se “in una vita precedente” eri un’umile donna delle pulizie.
La tesi di Östlund è che tutti noi nelle “giuste” condizioni possiamo trasformarci in prevaricatori, in “capitani della nave” disposti a commettere ingiustizie sociali se il potere conferitoci ce lo permette.
Raccontata con un irresistibile ironia ed intelligenza quella del film è una riflessione terribile su quanto tutta l’umanità può essere facilmente corrotta e destinata irrimediabilmente ad affondare, perché nonostante tutto, siamo tutti sulla stessa barca.
Di Simona Rurale
Vincitore della palma d’oro alla 75esima edizione del festival di Cannes, Triangle of sadness porta lo spettatore ad avere il mal di mare sopra una, tanto cinica quanto esilarante barca rappresentante la contemporaneità in tutte le sue sincere contraddizioni. L’intento di Östlund è creare un microcosmo piramidale (simulacro e specchio della società capitalistica) e smontarne e smascherarne i più nauseanti comportamenti. In questo modo i vizi e l’ingordigia degli anziani ricchi si trasforma nei fatti (ma anche metaforicamente) in liquido corporeo: intere scene di vomito e dissenteria che lasceranno lo spettatore in un limbo tra divertimento e ribrezzo.
Viene da sé che questa nauseante barca composta da ricchi mercanti d’armi, venditori di “merda” (fertilizzante agricolo), influencer che guadagnano molto di più rispetto ai fidanzati modelli ed un equipaggio disposto ad accontentare ogni più stupida richiesta degli insaziabili ospiti, è destinata ad affondare molto presto travolti da un destino che probabilmente si sono meritati.
Ma la riflessione del regista svedese non si ferma ad una superficiale critica alla classe privilegiata dominante. Come ci ha insegnato Parasite (Bong Joon-ho) appena tre anni fa, quando la sovrastruttura (uomo ricco/uomo povero) cede rimane solo una cosa: l’uomo; e l’uomo ha sempre sete di potere e si può trasformare in mostro appena le condizioni in cui si trova glie lo permettono.
Quando i personaggi si ritrovano spogli di ogni bene materiale su di un’isola deserta, ed i soldi non valgono più nulla, si applica la legge darwiniana della sopravvivenza del più forte, del più furbo e scaltro, anche se “in una vita precedente” eri un’umile donna delle pulizie.
La tesi di Östlund è che tutti noi nelle “giuste” condizioni possiamo trasformarci in prevaricatori, in “capitani della nave” disposti a commettere ingiustizie sociali se il potere conferitoci ce lo permette.
Raccontata con un irresistibile ironia ed intelligenza quella del film è una riflessione terribile su quanto tutta l’umanità può essere facilmente corrotta e destinata irrimediabilmente ad affondare, perché nonostante tutto, siamo tutti sulla stessa barca.
Di Simona Rurale