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ALL THE BEAUTY AND THE BLOODSHED

RECENSIONE

ALL THE BEAUTY AND THE BLOODSHED - LE VIE DEL CINEMA 2022

Non c’è atto più politico di raccontare la propria vita, il proprio dolore e quello di chi ti sta vicino tramite l’arte. La fotografa di fama mondiale Nan Goldin ha basato il suo successo sul binomio arte-vita, due elementi inseparabili. Il suo album fotografico è il racconto della sua stessa esistenza: un racconto crudo, esplicito, senza alcun fronzolo. Il suo obiettivo cristallizza i volti della New York LGBTQ+ e punk degli anni ‘70 e ‘80 senza giudizio, anzi, con la necessità di far esistere, di documentare, certificare su pellicola quelle situazioni ignorate e cancellate dalla società.

“Penso che non avrei perso nessuno se l’avessi fotografato. Le mie foto mi ricordano quanti amici ho perduto.”

Laura Poitras intercetta questo dualismo di vita e morte, bellezza e sangue con il documentario All the beauty and the bloodshed che l’è valsa la vittoria del Leone d’oro alla 79esima edizione del Festival del cinema di Venezia. Un film dalla struttura nettamente divisa in due: da una parte le immagini di Nan Goldin scorrono mentre la sua voce racconta le sue vicende di vita, dall’altra vediamo la stessa artista impegnata con la sua associazione P.A.I.N., collettivo che si batte contro la famiglia Sackler, responsabile dell’epidemia di oppioidi che hanno causato migliaia di decessi per overdose da farmaco.

​La regista utilizza il mezzo cinematografico per lo stesso motivo per cui Nan Goldin impugna la macchina fotografia: portare avanti la battaglia. Le due donne non adoperano il mezzo per creare distanza tra loro stesse ed il mondo ma per documentare e testimoniare le lotte mentre si è partecipi in prima persona.
La voce calda della fotografa fa da cornice ad uno slidshow di immagini-reportage della sua vita che potrebbero parlare da sole. La fotografa racconta la sua turbolenta infanzia partendo da Barbara, sua sorella, morta sucida dopo una grave depressione. I documenti dell’ospedale psichiatrico dove doveva essere curata fanno trasparire come la ragazza non fosse altro che l’ennesima vittima di una società in cui non c’è spazio per gli outsider, Barbara sarà solo la prima vittima - nella vita della regista - di una serie di persone ingiustamente emarginate e dimenticate dal sistema.
Nan Goldin si sente proprio come Barbara, è stata solo più fortunata nel trovare una nicchia di persone che si sentivano a loro volta come lei. É da qui che nasce la voglia di fotografare. Perché se fotografi qualcosa o qualcuno allora quel documento testimonia l’esistenza. La scena new wave post punk, la sottocultura gay, queer, il mondo delle lavoratrici del sesso, l’uso e abuso di sostanze stupefacenti, tutto questo mondo emarginato dalla società improvvisamente esiste.
Il livello d’intimità e dolcezza che traspare anche nelle immagini più crude è sconcertante, l’atto del documentare l’esperienze è un atto di pura ribellione di autodeterminazione, un riprendersi gli spazi da sempre negati nella società.

​La sua battaglia, però, non termina di certo qui. Il film si apre proprio con una protesta contro la famiglia Sackler: come in una vera e propria performance artistica i protestanti si sdraiano a terra, circondati da flaconi di oppioidi, facendo diventare uno dei luoghi finanziati della famiglia (niente di meno che il Metropolitan Museum di New York) un cimitero. Un luogo borghese come un museo viene “desacralizzato” diventando un campo di battaglia.
Ancora una volta si fondono vita e morte, bellezza e sangue.

Di Simona Rurale

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