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UNA SPIEGAZIONE PER TUTTO

RECENSIONE

UNA SPIEGAZIONE PER TUTTO

​All’inizio è un coming of age capace di raccontare le tensioni e le ansie di un giovane studente alle prese con la maturità e con le prime pulsioni amorose; nel mentre si trasforma in un film politico, con la voglia di mettere in scena le ipocrisie dell’Ungheria di Orbán; diventa una pellicola sul mestiere e su quanto può cambiare un avvenimento a seconda del punto di vista e finisce da dove è iniziato, con la spensieratezza di una generazione incolpevole.
La grandiosità del film di Gábor Reisz è quella di non far mai percepire quando sta cambiando registro, raccontando tutto questo con una fluidità impressionante.

Vincitore nella sezione Orizzonti all’80ª edizione del Festival del cinema di Venezia, la pellicola ha folgorato il Lido (compresi noi), spodestando nella categoria opere grandiose come Tatami (Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi) e Ombra di fuco (dell’immenso Shin’ya Tsukamoto).
​
Abel (Gáspár Adonyi-Walsh) deve svolgere il suo esame di maturità in un Ungheria sempre più oppressiva e ricca di aspettative. L’esame va male, la sua bocciatura scatena uno scontro tra la famiglia di Abel e il professore di storia Jakab (András Rusznák) dalle forti idee progressiste, reo di aver bocciato Abel secondo il padre del ragazzo, soltanto per ideologia politica. Il caso diverrà mediatico, quando Erika (Rebeka Hatház) una giovane ma intraprendente giornalista, decide di occuparsi dell’avvenimento per una popolare testata giornalistica conservatrice.
Picture
​Non soltanto una pellicola anti-Orbán dunque (il clamore che ha generato in patria è notevole), ma anche, e soprattutto, una profonda riflessione sull’umanità, sulle differenze tra generazioni che non riescono a toccarsi (mentre i grandi si fanno la guerra è la psiche del ragazzo che viene messa a repentaglio) e su quanto questo Paese sia spaccato in due, ambiguità messa in scena grandiosamente dal personaggio di Erika, che cerca soltanto di svolgere il suo lavoro al massimo, andando spesso in contrapposizione con la propria ideologia politica.

Un incredibile affresco quello di Reisz. Il regista mette in scena situazioni sociali che non si limitano a rappresentare la sua Ungheria, ma che possono essere interpretate in svariati contesti democratici (o pseudo tali), essendo straordinariamente universale. È anche questa la forza di un’opera che sfiora il capolavoro e che rivela al mondo festivaliero il talento di un regista che, speriamo, venga riconfermato in futuro.

​Di Saverio Lunare

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