VIY - IL PRIMO E UNICO FOLLE HORROR SOVIETICO
Vedendo il film del 1967 di Georgi Kropachyov e Konstantin Ershov non si può fare a meno di pensare quanto sia stato un peccato che la produzione cinematografica sovietica non abbia mai previsto l’horror all’interno del proprio vasto ventaglio produttivo. Le ragioni del perché l’Unione Sovietica non sfornava film del genere sono ovvie, ma Viy attraverso il suo essere riconosciuto come prodotto folk (è tratto da un racconto di Gogol che ha ispirato anche l’esordio capolavoro di Mario Bava), è riuscito a sviare le restrizioni produttive e distributive del tempo, entrando di diritto nella storia come primo e unico film horror sovietico.
La pellicola di Kropachyov ed Ershov si rivela una perla del genere, con una capacità sorprendente nel far confluire alla perfezione fondali dipinti ad ambientazioni realistiche, in un unione di eccezionale forza che ricorda il grande cinema sovietico degli anni Sessanta, ma con l’aggiunta di folli invenzioni visive lovecraftiane.
Khoma (Leonid Kuravlyov) è un giovane seminarista che deve recarsi in un villaggio sovietico per vegliare e pregare davanti al corpo di una donna defunta, figlia di un importante signore cosacco. Donna precedentemente incontrata dal giovane sotto forma di una vecchia strega e martirizzata dall’uomo quando scopre l’assurdo incantesimo che lo ha portato a volare sopra il villaggio. Le tre notti di veglia e preghiera si riveleranno infernali per Khoma, dato che la strega cercherà vendetta tormentando il giovane seminarista.
La pellicola di Kropachyov ed Ershov si rivela una perla del genere, con una capacità sorprendente nel far confluire alla perfezione fondali dipinti ad ambientazioni realistiche, in un unione di eccezionale forza che ricorda il grande cinema sovietico degli anni Sessanta, ma con l’aggiunta di folli invenzioni visive lovecraftiane.
Khoma (Leonid Kuravlyov) è un giovane seminarista che deve recarsi in un villaggio sovietico per vegliare e pregare davanti al corpo di una donna defunta, figlia di un importante signore cosacco. Donna precedentemente incontrata dal giovane sotto forma di una vecchia strega e martirizzata dall’uomo quando scopre l’assurdo incantesimo che lo ha portato a volare sopra il villaggio. Le tre notti di veglia e preghiera si riveleranno infernali per Khoma, dato che la strega cercherà vendetta tormentando il giovane seminarista.
Un folk horror profondamente ateo. Le visioni del seminarista coincidono sempre con momenti di alterazione psico-fisica. È spesso ubriaco, come quasi tutti gli uomini del villaggio cosacco e la sua visione della strega non è dissimile da quella cristologica: un uomo martirizzato che torna dopo tre giorni per tormentare chi crede nelle scritture. Una fortissima idea anticlericale alla base di Viy, dunque, e non soltanto per la rappresentazione grottesca degli uomini di fede, ma anche per una forte congruenza metaforica con gli scritti biblici.
Una gemma nascosta nel panorama cinematografico, capace di mettere in mostra il talento creativo dei due registi nell’alternare momenti allucinogeni (spesso causati dall’elevata gradazione alcolica dei protagonisti) al crudo realismo nella messa in scena dei rituali del luogo: crocifissi, bare, chiese, animali in bella vista, in una struttura visiva che confonde (volutamente) lo spettatore nel mostrare ciò che è reale da ciò che è frutto di una visione o un incantesimo. Confusione che è anche extra diegetica, attraverso il mescolarsi di fondali ricostruiti a reali ambientazioni, come per voler catturare all’interno del folklore lo spettatore e trasportarlo nell’incubo allucinogeno che sta vivendo Khoma.
Il pensiero dopo la visione di Viy è che una grandissima parte di cinema ci è stata negata, pensando a quanta creatività sarebbe potuta nascere dall’unione costante tra il cinema horror e i registi sovietici. Dobbiamo, invece, accontentarci della prima e unica follia orrorifica partorita in Unione Sovietica prima della caduta del muro: l’ateo folk firmato Kropachyov-Ershov.
Di Saverio Lunare
Una gemma nascosta nel panorama cinematografico, capace di mettere in mostra il talento creativo dei due registi nell’alternare momenti allucinogeni (spesso causati dall’elevata gradazione alcolica dei protagonisti) al crudo realismo nella messa in scena dei rituali del luogo: crocifissi, bare, chiese, animali in bella vista, in una struttura visiva che confonde (volutamente) lo spettatore nel mostrare ciò che è reale da ciò che è frutto di una visione o un incantesimo. Confusione che è anche extra diegetica, attraverso il mescolarsi di fondali ricostruiti a reali ambientazioni, come per voler catturare all’interno del folklore lo spettatore e trasportarlo nell’incubo allucinogeno che sta vivendo Khoma.
Il pensiero dopo la visione di Viy è che una grandissima parte di cinema ci è stata negata, pensando a quanta creatività sarebbe potuta nascere dall’unione costante tra il cinema horror e i registi sovietici. Dobbiamo, invece, accontentarci della prima e unica follia orrorifica partorita in Unione Sovietica prima della caduta del muro: l’ateo folk firmato Kropachyov-Ershov.
Di Saverio Lunare