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WOMAN OF THE HOUR

RECENSIONE

WOMAN OF THE HOUR

L’esordio alla regia di Anna Kendrick dimostra che la forma narrativa più in voga dei tempi d’oggi sono i podcast true crime. Woman of the Hour ha quella struttura (compresa l’attrazione più per i serial killer che per le vittime) e al termine della pellicola la sensazione che si prova è esattamente quella che si prova una volta concluso l’ascolto di un podcast sui serial killer: non ti sei annoiato ma ciò che ti resta è molto poco.
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Cheryl (Anna Kendrick) cerca di ritagliarsi un posto nell’industria cinematografica hollywoodiana. Dopo una serie di provini non andati a buon fine, l’attrice decide di cogliere l’opportunità di parteciparà alla trasmissione The Dating Game (Il gioco delle coppie), dove deve scegliere un ragazzo tra tre ignoti pretendenti. Tra i tre corteggiatori è presente Rodney Alcala (Daniel Zovatto) uno spietato serial killer che attira le sue vittime fingendosi un fotografo di moda. Alcala risulterà il pretendente più interessante e Cheryl non potrà far altro che sceglierlo.

Picture
Ispirato alla storia vera di questo inusuale caso di cronaca, Woman of the Hour si limita a mettere in scena (in maniera molto standard e prevedibile) una storia, senza riuscire ad andare oltre, attraverso una descrizione sociale (ci prova, ma non ci riesce mai dato la sbagliata costruzione caratteriale dei personaggi) o una volontà di indagare psicologicamente il killer o le vittime. Il racconto di Cheryl si alterna ad alcuni degli assassini di Alcala (sia precedenti alla trasmissione che successivi), in una struttura che (ancora una volta) ricorda quella dei podcast a tema: si descrive qualche assassinio commesso dal killer, si esamina più nel dettaglio il caso più strano e alla fine si arriva alle modalità di cattura e a come l’assassino è stato incastrato. La Kendrick prova a voler dare un taglio pseudo-sociale, con la mancanza di ascolto da parte delle autorità rispetto alla denuncia di una delle spettatrici del programma che ha riconosciuto il killer, o attraverso la misoginia degli ambienti cinematografici e televisivi dell’epoca, ma la mancanza di una descrizione realistica dei comportamenti e delle reazioni dei personaggi (c’è chi è un completo idiota e chi un genio capace di riconoscere un killer al primo segnale) rendono questi tentativi inutili.

Woman of the Hour è la prova che la narrazione che funziona nei podcast non è detto che funzioni in un film, soprattutto se non si ha la capacità di andare oltre una messa in scena banale e priva di qualsiasi inventiva visiva.

​Di Saverio Lunare


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