THE GREEN BORDER - SPECIALE VENEZIA 80
Agnieszka Holland porta in concorso all’ottantesima edizione del Festival del cinema di Venezia un’opera fortemente politica e di denuncia, non elemosinando nel mostrare il dolore delle persone, anzi lo rende protagonista del film.
Una famiglia siriana, ricca di promesse fatte da Lukashenko e convinta di ottenere un futuro migliore, parte per la Bielorussa intenzionata a raggiungere la Svezia per richiedere asilo politico. Ma la realtà è tutt’altro che rosea, una volta raggiunto il confine bielorusso-polacco gli immigrati vengono spinti con forza in Polonia che nel frattempo sta costruendo un muro per impedire gli arrivi clandestini. Inizia dunque un vero e proprio ping-pong tra lo stato di Lukashenko e la Polonia, solo che al posto delle classiche palline sono le vite umane a rimbalzare da un confine all’altro.
Bielorussa, Polonia e soprattutto l’Europa, questi sono gli obiettivi della Holland, che con mano sapiente e sensazionalismo riesce a colpire in pieno i propri bersagli. Un film duro, che nella prima parte non sempre riesce ad evitare il problema tipico di opere del genere: la ricerca dello shock forzato, che a volte risulta non servile al momento, ma soltanto un metodo furbo e ben congeniato per fare breccia nello spettatore, disturbandolo.
Una famiglia siriana, ricca di promesse fatte da Lukashenko e convinta di ottenere un futuro migliore, parte per la Bielorussa intenzionata a raggiungere la Svezia per richiedere asilo politico. Ma la realtà è tutt’altro che rosea, una volta raggiunto il confine bielorusso-polacco gli immigrati vengono spinti con forza in Polonia che nel frattempo sta costruendo un muro per impedire gli arrivi clandestini. Inizia dunque un vero e proprio ping-pong tra lo stato di Lukashenko e la Polonia, solo che al posto delle classiche palline sono le vite umane a rimbalzare da un confine all’altro.
Bielorussa, Polonia e soprattutto l’Europa, questi sono gli obiettivi della Holland, che con mano sapiente e sensazionalismo riesce a colpire in pieno i propri bersagli. Un film duro, che nella prima parte non sempre riesce ad evitare il problema tipico di opere del genere: la ricerca dello shock forzato, che a volte risulta non servile al momento, ma soltanto un metodo furbo e ben congeniato per fare breccia nello spettatore, disturbandolo.
Da metà in poi il film cambia, iniziamo a seguire personaggi che ruotano intorno all’orrore che si sta consumando, sia positivi che negativi: Julia (Maja Ostaeszewska) una psicologa che dopo aver perso il marito causa Covid, decide di abbracciare la causa di un gruppo di volontari umanitari che a loro rischio e pericolo cercano di soccorrere le persone nel confine, spinti da un’etica che il resto del Paese sembra aver dimenticato. Dall’altra parte vediamo la vita di una guardia di confine: Jan (Tomasz Włosok) alle prese con la dolce attesa di sua moglie. Jan è una pedina umana, viene mostrato l’orrore dei suoi gesti e di quelli dei suoi colleghi, ma presto la sua coscienza risentirà di questi atti deplorevoli.
Attraverso Julia e Jan, Agnieszka Holland descrive la Polonia, il suo ruolo politico e le diverse facce della sua Nazione, contrastata, divisa e spaccata dalla discriminazione, ma che ha un velo di speranza, attraverso persone come Julia che non guardano dall’altra parte e riescono a ribellarsi ad un sistema marcio e razzista.
La sequenza migliore e più significativa del film è quella finale. Con un gesto semplice e molto d’impatto Agnieszka Holland riesce a riassumere il contenuto della sua opera: il problema di fondo è razziale, non economico e nemmeno politico. La sua Polonia è un Paese razzista, pronto ad accogliere senza esitazioni persone che gli assomigliano e lasciar morire nel confine verde tutti gli altri.
Di Saverio Lunare
Attraverso Julia e Jan, Agnieszka Holland descrive la Polonia, il suo ruolo politico e le diverse facce della sua Nazione, contrastata, divisa e spaccata dalla discriminazione, ma che ha un velo di speranza, attraverso persone come Julia che non guardano dall’altra parte e riescono a ribellarsi ad un sistema marcio e razzista.
La sequenza migliore e più significativa del film è quella finale. Con un gesto semplice e molto d’impatto Agnieszka Holland riesce a riassumere il contenuto della sua opera: il problema di fondo è razziale, non economico e nemmeno politico. La sua Polonia è un Paese razzista, pronto ad accogliere senza esitazioni persone che gli assomigliano e lasciar morire nel confine verde tutti gli altri.
Di Saverio Lunare