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RENTAL FAMILY

RECENSIONE

RENTAL FAMILY - SENTIMETALISMO A NOLEGGIO

​In Giappone quello del “professional stand-in service” o “rental family” è un mercato in crescita. Si tratta essenzialmente di attori che vengono ingaggiati per interpretare un ruolo nella vita dei committenti, che nella maggior parte dei casi sono persone comuni, spesso sole. Il servizio può essere erogato una tantum o per un periodo continuativo e del nostro avatar potremo scegliere connotati estetici, anagrafici e comportamentali. Insomma, una vera e propria prestazione sartoriale pensata come rattoppo per le lacune sociali o emotive di chi lo richiede.

Ci sarà chi grida alla distopia, a una deformazione indotta dai tempi che corrono (magari per via dell’IA), ma la realtà è un’altra: la longevità di questa pratica, che si è consolidata nella Terra del Sol Levante a partire dagli anni Novanta, ci parla piuttosto dell’immutabilità di un rigore comune, condiviso (e sofferto) individualmente da una nazione intera. In Rental Family, Hikari trasforma questo tema in un dispositivo narrativo per indagare l’attaccamento alle apparenze dei suoi connazionali, disposti a fare carte false pur di non rivelare il loro disallineamento.

Phillip (Brendan Fraser) è un attore statunitense trapiantato in Giappone in attesa del ruolo che lo consacri alla fama. Dopo otto anni di tentativi, però, le speranze iniziano ad affievolirsi e le ordinarie necessità sopravanzano l’ambizione. Rental Family — una compagnia che si occupa di fornire il servizio sopracitato — offre a Phillip una via d’uscita: interpretare ruoli su commissione nelle vite degli altri. In altre parole, fare l’attore a tempo pieno. L’inconsueta mansione porta Phillip a esplorare volti e risvolti culturali della nazione che lo ospita ma che non lo ha mai riconosciuto veramente.
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Brendan Fraser sembra essere legato a doppio filo al progetto, tanto che a tratti è difficile distinguerlo dal personaggio che interpreta: la redenzione attoriale di uno dei volti più iconici della Hollywood di inizio millennio, ormai è certo, deve passare attraverso la sua commiserazione. E, intendiamoci, è davvero difficile non volergli bene, a Fraser: la sua emotività goffa, quella di chi non riesce a stare al passo e guarda al domani con paziente rassegnazione, rende Phillip il perfetto sconfitto a metà.

Ma se la strada verso la riabilitazione è verosimilmente una scala a pioli, quella di Rental Family è piuttosto uno scivolo per bambini. Gli spunti, in realtà, non mancano: le scene in cui Phillip si affaccia alla finestra per osservare lo svolgersi delle vite degli altri nel palazzo dirimpetto sono intrise di tenerezza, per esempio. Il problema è che questi momenti non portano mai all’esplicitazione di un conflitto, e quindi a una direzione. Ne consegue che il trittico di archi narrativi derivati dall’insolita professione si risolve semplicemente in una carrellata (bulimica) di momenti feel-good che non interrogano mai veramente lo spettatore, ma cercano vacuamente di rassicurarlo.

Altrettanto problematica è la scelta dell’americano in Giappone, importatore del buon senso, della consapevolezza emotiva a stelle e strisce. Per Hikari evidentemente solo l’intrusione di una mentalità straniera è in grado di sbugiardare il cortocircuito antisociale che si cela dietro la persona in affitto. E se l’espediente narrativo è centrato, la scelta di elevare lo statunitense al ruolo del risolutore è quantomeno improbabile, specialmente in un momento storico come questo: una lente d’ingrandimento semplicistica su una materia culturale estremamente densa e stratificata semplicemente non può funzionare.
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Se non altro, il passo ingombrante di Fraser — quello di un occidentale che calpesta con le suole di plastica un pavimento di bamboo — risulta perfettamente calzante.

Hikari — che in Beef, per contro, era stata sorprendentemente abile nell’intercettare le ambivalenze di due stranieri a casa loro — deraglia quindi completamente dall’intenzione sociologica iniziale, spostando il focus dalle cause (un Giappone che non vuole guardarsi allo specchio ed è disposto a tutto pur di evitarlo) alle conseguenze (la natura economica stessa di compagnie come la Rental Family). Sia chiaro, nessuno si aspetta che un comfort movie scavi troppo a fondo, ma le premesse di Hikari sicuramente facevano presagire maggiore intraprendenza nella trattazione.

Dosando il sentimentalismo, forse, la regista sarebbe riuscita in quello che Koya Kamura raggiungeva brillantemente nel suo recente Un inverno in Corea: la ricostituzione dell’io attraverso la scomposizione di ciò che sta al di fuori, che non ci appartiene.
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Di Luca Carani
03/03/2026

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