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RESURRECTION

RECENSIONE

RESURRECTION - UN LUNGO VIAGGIO ALLA FINE DEL MONDO

​Nel corso del secolo del cinema, passando dai Lumière al postmoderno, attraverso generi, stili, soggetti, ossessioni, tecnologie e materiali. Con Resurrection Bi Gan realizza il suo personale trattato cinematografico, non tentando di rispondere all’eterna domanda sul senso della settima arte, quanto omaggiando il medium capace di scolpire tarkovskijanamente il tempo.

Muore e risorge cambiando forma la creatura denominata delirante (Fantasmer), che all’inizio del film viene scoperta da una donna e viene rianimata con un rullo di pellicola. In un mondo in cui è vietato sognare, il delirante affronterà un viaggio nel corso del XX secolo, tra sogni e cinema, che per Bi Gan — ed era evidente già nel suo film precedente Un lungo viaggio nella notte — sono la stessa cosa.

Dalle vedute al piano sequenza, dalle illusioni di Méliès alla soggettiva videoludica; attraverso cinque episodi Resurrection analizza concettualmente il cinema e i suoi cambiamenti, con una messa in scena che cambia stile e formato.

Il primo episodio, il più impattante e affascinante di tutti, mette in scena le origini del cinema, fino al sonoro. Espressionismo, surrealismo, vedute, cinema classico cinese, il tutto con assoluta eleganza registica e con una grande capacità espressiva, riuscendo ad essere — e non soltanto assomigliare — cinema di inizio Novecento.
Foto
​Si passa al noir, al cinema autoriale contemplativo e familiare, terminando con il postmodernismo anni ‘90, con cui forse il cinema ha dato tutto, osservando e analizzando il passato per (ri)animarsi. Dunque la soluzione è quella di tornare alle origini? Perché non sembra essere un caso che le cose più moderne sono quelle che si rifanno a un cinema che non esiste più. E si torna sempre lì, all’ossessione di Bi Gan per l’altra dimensione, quella onirica; la cosa secondo il regista più vicina alle immagini in movimento proiettate su grande schermo.

È una grande impostazione da kolossal quella di Bi Gan, che conferma l’eccezionale stato qualitativo del cinema cinese contemporaneo, che già con Jia Zhangke e il suo Generazione Romantica si è interrogato sul percorso della settima arte all’interno delle nostre vite. Così come già fatto in Europa da Leos Carax, in uno dei capolavori moderni Holy Motors.

Resurrection appartiene a quel tipo di cinema che ci ricorda il perché ne parliamo, lo studiamo e lo viviamo, in una fusione animata tra il nostro corpo e quelle poltroncine che può avvenire soltanto all’interno di quei luoghi che ormai non sono più tanto in auge, ma che per Bi Gan sono fondamentali per entrare in contatto con l’oniricità dell’esperienza cinematografica: la sala, il cinema inteso come luogo fisico.
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Di Saverio Lunare
30/03/2026

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