RODRIGO SOROGOYEN E LA DESTRUTTURAZIONE DEI GENERI
Se c’è un nuovo regista che sta cercando di entrare di diritto nell’Olimpo cinematografico globale, quello è Rodrigo Sorogoyen. Non soltanto per una rara media qualitativa delle sue pellicole, quanto per una straordinaria capacità di muoversi all’interno dei generi, decostruendoli e ribaltandoli grazie ad una maestria registica che appartiene soltanto ai grandi.
In questo articolo analizzeremo come il regista spagnolo si stia confermando una delle firme più importanti del cinema europeo e come le sue pellicole si bilancino perfettamente tra l’ambiente arthouse e il cinema di genere, ribaltando completamente la stereotipata e demodé differenza che passa tra questi due approcci produttivi.
In questo articolo analizzeremo come il regista spagnolo si stia confermando una delle firme più importanti del cinema europeo e come le sue pellicole si bilancino perfettamente tra l’ambiente arthouse e il cinema di genere, ribaltando completamente la stereotipata e demodé differenza che passa tra questi due approcci produttivi.
CHE DIO CI PERDONI - LA PERICOLOSA OSSESSIONE PER IL SENSO DI GIUSTIZIA
In un infernale estate madrilena, con la capitale spagnola alle prese con un’orda di turisti a causa della visita del Papa, una serie di assassinii dalle dinamiche simili stanno mettendo in subbuglio la squadra omicidi della città. Il caso viene assegnato a due ispettori dai caratteri opposti: il duro, focoso e irascibile Javier (Roberto Álamo) deve collaborare con il suo collega e amico dal carattere più riflessivo e chiuso, l’ispettore Velarde (Antonio de la Torre). Uno dei polizieschi più originali e belli del nuovo millennio, Che Dio ci perdoni di Sorogoyen grazie ad una sceneggiatura di ferro e ad una regia ai limiti della perfezione, mette in scena come il male assoluto non esista ma derivi da un’oppressione, dal frutto di una società consumata dall’interno, e in questa direzione la caotica metropoli si presta perfettamente, come insegna Umberto Lenzi nel suo capolavoro: Milano odia, la polizia non può sparare. Così come nel poliziottesco di Lenzi, anche Sorogoyen metterà in scena l’ossessione del caso da parte di un istituzione che porterà alla genesi di un altro male, non dissimile da quello perpetrato dal serial killer: la giustizia privata.
IL REGNO - L'ACTION NEGLI SCANDALI POLITICI
Un film di scandali politici girato come se fosse un adrenalinico thriller. Il Regno ha i tempi e la regia di un action, ma è un film che parla di come la corruzione all’interno dell’élite politica sia indipendente dall’appartenenza ideologica di un partito, ma riguarda il costrutto egocentrico dell’essere umano, e non è un caso che il film segue per l’intera durata ciò che il politico Manuel Gomez Vidal - interpretato dallo straordinario Antonio de La Torre già protagonista di Che Dio ci perdoni - deve fare per risolvere l’impasse in cui è finito. Vidal è il nostro anti eroe e ciò che sconvolge è come Sorogoyen faccia empatizzare lo spettatore con il criminale, lo fa utilizzando una regia composta da lunghi piani sequenza con al centro il corpo di de La Torre che deve compiere azioni che, per intensità e sforzo fisico, sembrano appartenere ad un classico protagonista da film d’azione. Ed è così che il recupero di una valigetta con all’interno importanti documenti che potrebbero incastrare definitivamente il politico, diventa una delle azioni più pericolose e difficili che si possano realizzare, il tutto grazie a come Sorogoyen destruttura le proprie sequenze, trasformandole in qualcosa di nuovo che, soltanto teoricamente, non dovrebbero appartenere al genere di riferimento.
AS BESTAS - L'INFERNO DELLA LOTTA MASCHILE
In As bestas, Rodrigo Sorogoyen riesce nuovamente a compiere l’impresa di rendere l’ordinario straordinario, realizzando un film sul contrasto tra colonizzatori e colonizzati, tra poveri e ricchi, tra vincitori e sconfitti, con lo scopo di creare un puro thriller. Per realizzarlo, Sorogoyen si affida ad un comparto tecnico eccezionale, che parte dalla straordinaria colonna sonora di Olivier Arson, ricca di brani cupi e ansiolitici, che riescono a mantenere la tensione dello spettatore sempre in allerta, anche quando il nostro protagonista sta compiendo azioni quotidiane, come prendersi cura del proprio orto o bere qualcosa al bar. As bestas compie una trasformazione che lo rende un capolavoro moderno nella seconda parte, dove Sorogoyen decide di cambiare il punto centrale del film. Dalla lotta tutta maschile della prima metà, si passa alle conseguenze che la tossicità patriarcale porta nella vita delle donne vittime di questo scontro. Ed è così che dal contrasto tra Antoine (Denis Ménochet) e Xan (Luis Zahera) protagonisti della prima metà, si passerà al confronto all’interno del proprio nucleo familiare tra Olga (Marina Foïs) e Marie (Marie Colomb), diventano loro le protagoniste di As bestas, ribaltando e decostruendo ancora una volta le aspettative narrative che la tipicità di un film del genere prevede.
Di Saverio Lunare
Di Saverio Lunare