SCOMODE VERITÀ - I SENTIMENTI POST PANDEMIA STANNO PRENDENDO IL SOPRAVVENTO
Nell’ultimo film di Mike Leigh ci sono soltanto due riferimenti diretti alla pandemia: il primo è di una donna dalla parrucchiera che racconta un avvenimento successo durante la quarantena, il secondo vede la protagonista del film Pansy (Marianne Jean-Baptiste) indossare la mascherina prima di una visita medica. In realtà Scomode Verità è una pellicola interamente sulla pandemia: nel dettaglio su quei sentimenti che la pandemia ci ha lasciato e su quel senso di costrizione che sembra non essere mai finito.
Pansy non riesce a godersi la vita, è perennemente in contrasto con suo marito Curtley (David Webber) e suo figlio Moses (Tuwaine Barrett), incapaci di reagire e con un atteggiamento passivo nei confronti di tutto ciò che gli accade. Sua sorella Chantalle (Michele Austin) è la sua nemesi caratteriale, va d’accordo con le figlie e sembra essere soddisfatta della direzione che sta prendendo la sua esistenza.
L’incomunicabilità tra Pansy e la sua famiglia vivrà un momento catartico, come spesso accade nei film di Mike Leigh, attraverso la convivialità della tavola. Così come nel fatidico pranzo di Segreti e Bugie (1996), uno dei capolavori del regista inglese, anche in Scomode Verità un momento a tavola diventa il pretesto perfetto per esplicitare i propri sentimenti. Se in Segreti e Bugie venivano decantati dall’indimenticabile monologo di Timothy Spall, qui sono trasmessi attraverso il silenzio prima e il pianto che segue un’isterica risata poi da Marianne Jean-Baptiste, che non a caso era il motivo principale della rottura definitiva all’interno del nucleo familiare di Segreti e Bugie.
Pansy non riesce a godersi la vita, è perennemente in contrasto con suo marito Curtley (David Webber) e suo figlio Moses (Tuwaine Barrett), incapaci di reagire e con un atteggiamento passivo nei confronti di tutto ciò che gli accade. Sua sorella Chantalle (Michele Austin) è la sua nemesi caratteriale, va d’accordo con le figlie e sembra essere soddisfatta della direzione che sta prendendo la sua esistenza.
L’incomunicabilità tra Pansy e la sua famiglia vivrà un momento catartico, come spesso accade nei film di Mike Leigh, attraverso la convivialità della tavola. Così come nel fatidico pranzo di Segreti e Bugie (1996), uno dei capolavori del regista inglese, anche in Scomode Verità un momento a tavola diventa il pretesto perfetto per esplicitare i propri sentimenti. Se in Segreti e Bugie venivano decantati dall’indimenticabile monologo di Timothy Spall, qui sono trasmessi attraverso il silenzio prima e il pianto che segue un’isterica risata poi da Marianne Jean-Baptiste, che non a caso era il motivo principale della rottura definitiva all’interno del nucleo familiare di Segreti e Bugie.
I sentimenti messi in scena in Scomode Verità sono strettamente legati al periodo post pandemico. La depressione, messa in evidenza dalla quarantena, accompagna Pansy nel percorso con se stessa e con gli elementi della vita sociale. La donna in un dialogo con sua sorella ammetterà di essere stanca, rivelerà che non sopporta più la voce di suo marito e che in suo figlio Moses non vede un futuro. La saturazione della vita all’interno di quelle quattro mura sopportando a stento chi non si ama, si contrappone al terrore nei confronti di chiunque al di fuori della zona domestica, in una paranoia tipica da periodo pandemico.
Come al solito con Leigh la grandezza del film è nella capacità di gestione dei tempi, trovando un equilibrio sorprendente tra commedia dissacrante e profondo dramma esistenziale. La prima parte di Scomode Verità ci mette in scena un personaggio travolgente che ci fa divertire nel suo disagio sociale, la sua rabbia è percepita positivamente dallo spettatore. Atteggiamento che viene ribaltato nella seconda metà del film in cui a regnare sono i silenzi. Il film cambia direzione dalla visita che Pansy e Chantalle fanno alla tomba della loro defunta madre, in quel momento Pansy smette di esserci simpatica e in lei capiamo che quel disagio sociale tanto divertente, è in realtà sintomo di un profondo malessere. Riuscire a cambiare registro senza far percepire allo spettatore questo cambiamento, amalgamando perfettamente i due toni, è la dimostrazione di che grande cineasta sia Mike Leigh e che a 82 anni non ha ancora perso la voglia di analizzare i rapporti tra gli essere umani all’interno dei cambiamenti sociali della sua Inghilterra.
Una delle scomode verità per Mike Leigh è che a volte bisogna sapersi lasciare, indipendentemente dal proprio status e dalla propria età. Soltanto così si può migliorare e si può prevenire un’altra improvvisa e deprimente quarantena.
Come al solito con Leigh la grandezza del film è nella capacità di gestione dei tempi, trovando un equilibrio sorprendente tra commedia dissacrante e profondo dramma esistenziale. La prima parte di Scomode Verità ci mette in scena un personaggio travolgente che ci fa divertire nel suo disagio sociale, la sua rabbia è percepita positivamente dallo spettatore. Atteggiamento che viene ribaltato nella seconda metà del film in cui a regnare sono i silenzi. Il film cambia direzione dalla visita che Pansy e Chantalle fanno alla tomba della loro defunta madre, in quel momento Pansy smette di esserci simpatica e in lei capiamo che quel disagio sociale tanto divertente, è in realtà sintomo di un profondo malessere. Riuscire a cambiare registro senza far percepire allo spettatore questo cambiamento, amalgamando perfettamente i due toni, è la dimostrazione di che grande cineasta sia Mike Leigh e che a 82 anni non ha ancora perso la voglia di analizzare i rapporti tra gli essere umani all’interno dei cambiamenti sociali della sua Inghilterra.
Una delle scomode verità per Mike Leigh è che a volte bisogna sapersi lasciare, indipendentemente dal proprio status e dalla propria età. Soltanto così si può migliorare e si può prevenire un’altra improvvisa e deprimente quarantena.
Di Saverio Lunare