LE VIRTÙ DI SERGIO MARTINO
Mille peccati… nessuna virtù non è soltanto il titolo dell’esordio di Sergio Martino dietro la macchina da presa, datato 1969 con un documentario sui costumi sessuali rivoluzionati dal sessantotto, ma è anche il titolo dell’autobiografia del regista edita da Bloodbuster nel 2017, a cui Martino ha aggiunto un punto di domanda finale, ponendo una questione ai lettori (e più nello specifico ai critici).
Mille peccati… nessuna virtù? Sottolineando come Martino abbia spaziato all’interno dei generi, in un cinema italiano produttivamente eclettico che sfornava oltre 350 film all’anno e dei più differenti filoni. Mille “peccati” cinematografici, ma anche molteplici “virtù”, per riscoprire il cinema di Sergio Martino — maltratto dai critici del tempo — è stata necessaria la sempre più fluente rivalutazione (o giusta valutazione) contemporanea da parte della critica nei confronti del cinema di genere italiano, anche merito di alcuni cineasti cinefili amanti di quella produzione, su tutti Quentin Tarantino, che tanto ha fatto per quella generazione di registi, e il regista indipendente vincitore della Palma d’oro a Cannes e del premio Oscar: Sean Baker.
Sergio Martino il meglio lo ha dato nei thriller ossessivi, quelli dei primi anni ‘70 figli dell’esordio di Dario Argento, ma che si distaccano dalla produzione del regista della “trilogia degli animali” per avvicinarsi maggiormente ai film di Umberto Lenzi e Lucio Fulci, in cui il peccato, i vizi, la morbosità e il possedimento scandiscono la narrazione e il suo stile registico ha trovato l’ideale “luogo” dove esprimersi.
Dal 1971 con Lo strano vizio della signora Wardh, al ‘75 con quella bizzarra fusione di giallo, poliziesco e commedia che è Morte sospetta di una minorenne, Sergio Martino ha realizzato quattro thriller consequenziali, tutti tra il ‘71 e ‘72 e che prenderemo in analisi nel corso dell’articolo. Dopo l’intrusione nella commedia sexy con Giovannona Coscialunga disonorata con onore (più appartenente ai peccati cinematografici che alle virtù) e nel poliziottesco con Milano trema: la polizia vuole giustizia, Martino torna al thriller nel 1973 con I corpi presentano tracce di violenza carnale, il giallo rurale ambientato nel sud Italia, accostato per le ambientazioni al capolavoro di Lucio Fulci: Non si sevizia un paperino.
Mille peccati… nessuna virtù? Sottolineando come Martino abbia spaziato all’interno dei generi, in un cinema italiano produttivamente eclettico che sfornava oltre 350 film all’anno e dei più differenti filoni. Mille “peccati” cinematografici, ma anche molteplici “virtù”, per riscoprire il cinema di Sergio Martino — maltratto dai critici del tempo — è stata necessaria la sempre più fluente rivalutazione (o giusta valutazione) contemporanea da parte della critica nei confronti del cinema di genere italiano, anche merito di alcuni cineasti cinefili amanti di quella produzione, su tutti Quentin Tarantino, che tanto ha fatto per quella generazione di registi, e il regista indipendente vincitore della Palma d’oro a Cannes e del premio Oscar: Sean Baker.
Sergio Martino il meglio lo ha dato nei thriller ossessivi, quelli dei primi anni ‘70 figli dell’esordio di Dario Argento, ma che si distaccano dalla produzione del regista della “trilogia degli animali” per avvicinarsi maggiormente ai film di Umberto Lenzi e Lucio Fulci, in cui il peccato, i vizi, la morbosità e il possedimento scandiscono la narrazione e il suo stile registico ha trovato l’ideale “luogo” dove esprimersi.
Dal 1971 con Lo strano vizio della signora Wardh, al ‘75 con quella bizzarra fusione di giallo, poliziesco e commedia che è Morte sospetta di una minorenne, Sergio Martino ha realizzato quattro thriller consequenziali, tutti tra il ‘71 e ‘72 e che prenderemo in analisi nel corso dell’articolo. Dopo l’intrusione nella commedia sexy con Giovannona Coscialunga disonorata con onore (più appartenente ai peccati cinematografici che alle virtù) e nel poliziottesco con Milano trema: la polizia vuole giustizia, Martino torna al thriller nel 1973 con I corpi presentano tracce di violenza carnale, il giallo rurale ambientato nel sud Italia, accostato per le ambientazioni al capolavoro di Lucio Fulci: Non si sevizia un paperino.
LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971)
Perfettamente inserito nel filone tutto italiano di orrore causato dall'edonismo personale. Così come nel capolavoro di Mario Bava: Reazione a catena (1971), anche Lo strano vizio della signora Wardh mette al centro una storia di manipolazione — da subito il sesso è il mezzo per raggiungere i propri fini e per scalare le gerarchie, leitmotiv martiniano del tema — finalizzata all’arricchimento capitalista, simbolo di un'Italia democristiana post boom economico in cui l'unica cosa che conta è il possedimento.
Il film di Sergio Martino è grandioso nel confondere sia gli spettatori che i protagonisti, perché un assassino misterioso si aggira per la città, e il pericolo percepito da Julie Wardh (Edwige Fenech) è costruito perfettamente per far credere a chiunque che l'assassino sia il possibile carnefice di Julie, sviando il reale pericolo. Una pellicola pregevole quella firmata da Martino, che riesce attraverso una regia ricca di inventiva (meravigliosa la sequenza in cui Julie appare come una presenza fantasmatica, ma la realtà sarà ben diversa) a creare un piccolo gioiello nel panorama di genere italiano anni settanta, dando il via al rapporto tra Sergio Martino e il thriller, filone che lo vedrà protagonista nella prima metà degli anni Settanta.
Il film di Sergio Martino è grandioso nel confondere sia gli spettatori che i protagonisti, perché un assassino misterioso si aggira per la città, e il pericolo percepito da Julie Wardh (Edwige Fenech) è costruito perfettamente per far credere a chiunque che l'assassino sia il possibile carnefice di Julie, sviando il reale pericolo. Una pellicola pregevole quella firmata da Martino, che riesce attraverso una regia ricca di inventiva (meravigliosa la sequenza in cui Julie appare come una presenza fantasmatica, ma la realtà sarà ben diversa) a creare un piccolo gioiello nel panorama di genere italiano anni settanta, dando il via al rapporto tra Sergio Martino e il thriller, filone che lo vedrà protagonista nella prima metà degli anni Settanta.
LA CODA DELLO SCORPIONE (1971)
Continua la critica all’edonismo personale di Sergio Martino, in uno dei film meno carnali e più classici nel filone giallo del regista, forse anche a causa della casa di distribuzione del film, la “Titanus”, all’epoca non più coinvolta nella produzione, ma ancora estremamente importante nella distribuzione cinematografica (L’uccello dalle piume di cristallo e Il gatto a nove code).
Ogni personaggio in questo film, da Lisa Baumer (Ida Galli) al poliziotto John Stanley (Alberto de Mendoza), fino al commissario Stavros (Luigi Pistilli), agiscono mossi da interessi personali, inseguendo il proprio tornaconto. L’unica eccezione è la giornalista Cleo Dupont (Anita Strindberg), che riesce a collaborare con tutti e, non a caso, sarà proprio lei a scoprire per prima l’identità dell’assassino.
Ambientato tra i paesaggi della Grecia, il film si distingue nel suo genere per il tono insolitamente solare, i colori accesi e una marcata vena ironica.
La caratteristica più peculiare, però, de La coda dello scorpione è sicuramente come l’assassino agisce: colpisce le sue vittime non appena queste entrano nella propria casa, nel proprio privato. Non ricerca l’omicidio semplice, più l’uccisione si trasforma in una lotta, più l’assassino ne gode, come se la sofferenza accendesse in lui un perverso senso di potere.
Emblematica una delle scene di omicidio, in cui sentiamo in sottofondo un servizio giornalistico dedicato al “Giorno del Ringraziamento”. Gli elogi e i toni celebrativi dell’‘American way of life’ trasmessi dalla televisione si sovrappongono alla violenza dell’uccisione, creando, così, una scena di contrasto incredibile.
Pur partendo da un soggetto classico, Sergio Martino dimostra grande abilità nel costruire depistaggi e falsi indizi, conducendo lo spettatore verso ipotesi errate. Come l’assassino, anche il regista gioca al gatto col topo con noi spettatori, architettando una narrazione ingannevole che tiene alta la tensione fino allo svelamento finale. Un epilogo forse poco credibile, ma capace di conferire al film un fascino singolare e distintivo.
Ogni personaggio in questo film, da Lisa Baumer (Ida Galli) al poliziotto John Stanley (Alberto de Mendoza), fino al commissario Stavros (Luigi Pistilli), agiscono mossi da interessi personali, inseguendo il proprio tornaconto. L’unica eccezione è la giornalista Cleo Dupont (Anita Strindberg), che riesce a collaborare con tutti e, non a caso, sarà proprio lei a scoprire per prima l’identità dell’assassino.
Ambientato tra i paesaggi della Grecia, il film si distingue nel suo genere per il tono insolitamente solare, i colori accesi e una marcata vena ironica.
La caratteristica più peculiare, però, de La coda dello scorpione è sicuramente come l’assassino agisce: colpisce le sue vittime non appena queste entrano nella propria casa, nel proprio privato. Non ricerca l’omicidio semplice, più l’uccisione si trasforma in una lotta, più l’assassino ne gode, come se la sofferenza accendesse in lui un perverso senso di potere.
Emblematica una delle scene di omicidio, in cui sentiamo in sottofondo un servizio giornalistico dedicato al “Giorno del Ringraziamento”. Gli elogi e i toni celebrativi dell’‘American way of life’ trasmessi dalla televisione si sovrappongono alla violenza dell’uccisione, creando, così, una scena di contrasto incredibile.
Pur partendo da un soggetto classico, Sergio Martino dimostra grande abilità nel costruire depistaggi e falsi indizi, conducendo lo spettatore verso ipotesi errate. Come l’assassino, anche il regista gioca al gatto col topo con noi spettatori, architettando una narrazione ingannevole che tiene alta la tensione fino allo svelamento finale. Un epilogo forse poco credibile, ma capace di conferire al film un fascino singolare e distintivo.
TUTTI I COLORI DEL BUIO (1972)
Sergio Martino abbandona gli stilemi del giallo tradizionale precedentemente adottati in La coda dello scorpione, per orientarsi verso un thriller parapsicologico di stampo polanskiano, in cui i confini tra realtà e sogno si fanno incerti.
In Tutti i colori del buio, l’elemento onirico è presente sin dalla scena iniziale: un incubo della protagonista Jane Harrison (Edwige Fenech) ambientato in uno spazio totalmente nero (che richiama la scena iniziale di Una lucertola con la pelle di donna, di Lucio Fulci, dell’anno precedente) nel quale compaiono tre figure femminili. Queste ultime incarnano rappresentazioni archetipiche della donna, figlie di una lunga tradizione culturale che ne ha sempre limitato l'identità a ruoli precostituiti: l’anziana, la madre (donna incinta) e la seduttrice.
Ancora una volta Martino ci presenta dei personaggi che agiscono unicamente per un interesse personale, rendendoli spietati persino con i propri familiari. Il marito di Jane (George Hilton), che minimizza la condizione psicologica precaria della moglie lasciandola sola per motivi di lavoro, mentre Barbara (Susan Scott), sorella della protagonista e leader segreta di una setta satanica, arriva a tentare di ucciderla a causa di un patto infranto dalla madre nei confronti della congrega.
Il regista romano conferma la sua abilità nella gestione della tensione, anche in un contesto narrativo privo della figura tradizionale dell’assassino. Al suo posto, il mistero si concentra su un’inquietante presenza: la visione ricorrente di un uomo dagli occhi argentati che perseguita Jane tanto nella realtà quanto nei sogni.
In Tutti i colori del buio, l’elemento onirico è presente sin dalla scena iniziale: un incubo della protagonista Jane Harrison (Edwige Fenech) ambientato in uno spazio totalmente nero (che richiama la scena iniziale di Una lucertola con la pelle di donna, di Lucio Fulci, dell’anno precedente) nel quale compaiono tre figure femminili. Queste ultime incarnano rappresentazioni archetipiche della donna, figlie di una lunga tradizione culturale che ne ha sempre limitato l'identità a ruoli precostituiti: l’anziana, la madre (donna incinta) e la seduttrice.
Ancora una volta Martino ci presenta dei personaggi che agiscono unicamente per un interesse personale, rendendoli spietati persino con i propri familiari. Il marito di Jane (George Hilton), che minimizza la condizione psicologica precaria della moglie lasciandola sola per motivi di lavoro, mentre Barbara (Susan Scott), sorella della protagonista e leader segreta di una setta satanica, arriva a tentare di ucciderla a causa di un patto infranto dalla madre nei confronti della congrega.
Il regista romano conferma la sua abilità nella gestione della tensione, anche in un contesto narrativo privo della figura tradizionale dell’assassino. Al suo posto, il mistero si concentra su un’inquietante presenza: la visione ricorrente di un uomo dagli occhi argentati che perseguita Jane tanto nella realtà quanto nei sogni.
IL TUO VIZIO È UNA STANZA CHIUSA E SOLO IO NE HO LA CHIAVE (1972)
Tra i thriller di Sergio Martino è quello più legato al gotico, non a caso è una libera (liberissima) trasposizione del Gatto Nero di Edgar Allan Poe. Ma il gotico non è soltanto presente nel testo trasposto, ma anche nella costruzione delle immagini da parte del regista — accompagnato da un grande lavoro da parte del direttore della fotografia Giancarlo Ferrando — che in un Veneto fatto di vicinati, di borghesia e di intellettuali privi d’ispirazione, ripropone il meccanismo vincente de Lo strano vizio della signora Wardh. Il motivo che spinge i protagonisti ad andare oltre i propri limiti è sempre quello: il capitale monetario, e anche il ruolo del sesso — messo in scena soprattutto dal personaggio di Floriana interpretato da Edwige Fenech — torna a essere finalizzato alla scalata manipolatoria da parte di un’ingrediente esterno (in questo caso la nipote che arriva in città), mettendo il bastone tra le ruote. Simile allo Strano vizio è anche il meccanismo ingannevole dell’assassino che invade la narrazione, sviando la direzione reale che successivamente il film prenderà.
Anita Strindberg è inizialmente la perfetta vittima soggiogata dal problematico marito (Luigi Pistilli), convinto che tutto ciò che lo circonda sia di suo possesso; ma presto le gerarchie reali prenderanno vita. Similitudini presenti non soltanto con il primo thriller di Martino, ma anche con lavori futuri dei suoi colleghi più illustri, come ad esempio il Lucio Fulci di Sette note in nero (1977), anche quello figlio di Poe, che utilizzerà la stessa dinamica rivelatoria con protagonista un suono, un muro e il suo contenuto.
Anita Strindberg è inizialmente la perfetta vittima soggiogata dal problematico marito (Luigi Pistilli), convinto che tutto ciò che lo circonda sia di suo possesso; ma presto le gerarchie reali prenderanno vita. Similitudini presenti non soltanto con il primo thriller di Martino, ma anche con lavori futuri dei suoi colleghi più illustri, come ad esempio il Lucio Fulci di Sette note in nero (1977), anche quello figlio di Poe, che utilizzerà la stessa dinamica rivelatoria con protagonista un suono, un muro e il suo contenuto.
I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE (1973)
Xavier Mendik inserisce I corpi presentano trecce di violenza carnale in quel sotto genere del thriller all’italiana soprannominato mezzogiorno giallo: pellicole ambientate nel sud Italia connesse narrativamente (e stilisticamente) al meridione. L’opera più importante del sotto genere è Non si sevizia un paperino (1972) di Lucio Fulci, in cui il regista utilizza Accendura (un fittizio paesino lucano) come il perfetto luogo dove i comportamenti sociali dettati da credenze, tradizioni e bigottismo prendono vita.
Sergio Martino, invece, utilizza il meridione confondendo le carte, perfettamente in connessione con la struttura tipica dei suoi thriller. Il movente del carnefice — l’assassino slasher con maschera e guanti — viene riportato a un’ossessione infantile, collegando il passato al sesso e alla nevrosi come già fatto nei precedenti gialli. Il meridione diventa reale protagonista solo in una sequenza magistrale diretta da Martino con uno specchio che riflette ciò che sta accadendo e il disinteresse generale dei paesani (le finestre che vengono chiuse come atto definitivo di omertà), per il resto I corpi presentano tracce di violenza carnale è un tipico slasher di Sergio Martino — tra i migliori realizzati dal regista romano — in cui le ossessioni materne, il passato e la psiche sconvolta da esso sono i fattori predominanti della struttura dei suoi thriller.
Sergio Martino, invece, utilizza il meridione confondendo le carte, perfettamente in connessione con la struttura tipica dei suoi thriller. Il movente del carnefice — l’assassino slasher con maschera e guanti — viene riportato a un’ossessione infantile, collegando il passato al sesso e alla nevrosi come già fatto nei precedenti gialli. Il meridione diventa reale protagonista solo in una sequenza magistrale diretta da Martino con uno specchio che riflette ciò che sta accadendo e il disinteresse generale dei paesani (le finestre che vengono chiuse come atto definitivo di omertà), per il resto I corpi presentano tracce di violenza carnale è un tipico slasher di Sergio Martino — tra i migliori realizzati dal regista romano — in cui le ossessioni materne, il passato e la psiche sconvolta da esso sono i fattori predominanti della struttura dei suoi thriller.
MORTE SOSPETTA DI UNA MINORENNE (1975)
Morte sospetta di una minorenne rappresenta l’atto conclusivo del rapporto tra Sergio Martino e il thriller negli anni ‘70. Nell’82 il regista dirigerà Assassinio al cimitero etrusco tornando a quelle atmosfere ma senza lasciare il segno (il cinema e la produzione di genere italiana stava cambiando). Che Morte sospetta di una minorenne sia l’ultima “virtù” martiniana all’interno del thriller, lo si nota dall’inusuale tono della pellicola: un ibrido tra poliziottesco, giallo e commedia che distacca il film dai precedenti. Questa sua bizzarra direzione lo rende il film meno riuscito tra quelli analizzati in questo articolo, ma forse anche il più curioso, quello che maggiormente svia lo spettatore e non per i consueti “imbrogli” narrativi, quanto per come Martino scandisca quella narrazione, alternando i generi e accorpando in un unico film l’intero senso della sua produzione cinematografica.
“Tu poliziotto? Sei così un bravo ragazzo” è la frase che il commissario Paolo Germi (Claudio Cassinelli) — esperto di operazioni sotto copertura — dice a Giannino (Adolfo Caruso) scippatore e suo improvvisato assistente. Seguendo le orme dei poliziotteschi di Lenzi e Di Leo, Martino si concentra sull’abbandono da parte dello Stato nei confronti di un suo dipendente, che deve agire in maniera solitaria e con metodi poco ortodossi (Henry Silva di Milano odia la polizia non può sparare, è il personaggio più emblematico del filone) per risolvere il caso interno a un racket di prostituzione minorile con a capo dei potenti e intoccabili magnati.
“Tu poliziotto? Sei così un bravo ragazzo” è la frase che il commissario Paolo Germi (Claudio Cassinelli) — esperto di operazioni sotto copertura — dice a Giannino (Adolfo Caruso) scippatore e suo improvvisato assistente. Seguendo le orme dei poliziotteschi di Lenzi e Di Leo, Martino si concentra sull’abbandono da parte dello Stato nei confronti di un suo dipendente, che deve agire in maniera solitaria e con metodi poco ortodossi (Henry Silva di Milano odia la polizia non può sparare, è il personaggio più emblematico del filone) per risolvere il caso interno a un racket di prostituzione minorile con a capo dei potenti e intoccabili magnati.
La seconda metà degli anni Settanta vedrà Martino introdursi nell’horror cannibalico — filone in voga nella produzione di genere italiano che troverà il suo punto conclusivo nel film emblema di Ruggero Deodato Cannibal Holocaust — nel monster movie e nel western con Mannaja (1977), oltre alle consuete commedie sexy, da Spogliamoci così senza pudor… (1976) a 40 gradi all'ombra del lenzuolo dello stesso anno. Il periodo più qualitativamente florido della sua carriera va dal 1971 al 1975, e attraverso questo articolo abbiamo cercato di ridare il giusto vigore alle “virtù” cinematografiche di Sergio Martino, rispondendo — nel nostro piccolo — al quesito posto dallo stesso regista nella sua autobiografia.
Di Andrea Rossini e Saverio Lunare
26/07/2025