SIRÂT - NUOVI SCENARI DEL REALE PER UN WESTERN PSICHEDELICO
Fin dagli albori, il deserto si presenta all'occhio del cineasta come un oggetto scenografico dal fascino ancestrale, capace di sfuggire con le sue traiettorie sconfinate e introspettive per i personaggi che si inquadrano al suo interno, e allo stesso tempo è capace di attrarre e respingere l'operatività delle produzioni cinematografiche più agguerrite, presentandosi come una sfida alla ricerca del punto di ripresa più estremo fin dai tempi di Greed di Eric Von Stroheim. In questa tradizione si colloca Sirât, l'ultimo lavoro di Óliver Laxe al momento ancora inedito in Italia, dove a quanto pare la speranza di goderselo in sala sembra proiettarsi all'orizzonte sempre di più come un miraggio.
Da anni ospite abituale di Cannes, il cineasta francogallego ha ormai consolidato una reputazione di tutto rispetto fin dal suo esordio Todos vosotros sois capitanes, guadagnandosi con Mimosas il Gran Premio della Semaine de la critique nel 2016 e successivamente il Jury Prize per Viendra le feu nel 2019. Infine, lo scorso maggio ha bissato il riconoscimento con questo ultimo ambizioso lavoro, Sirât (ex aequo con In Die Sonne schauen), ricevendo successivamente una distribuzione nelle sale delle principali nazioni europee, mentre in Italia la sorte in cui incorre è probabilmente quella del piccolo schermo, cornice che rischia di tradire gli sforzi ambiziosi di una coproduzione a dir poco coraggiosa.
Dalle sabbie di una regione remota al confine tra la Spagna e il Marocco (scenari produttivi, insieme alla Francia, che avevano già supportato il precedente Mimosas), con Sirât Laxe ci lascia piombare in media res tra le sonorità estatiche e schiaccianti di un rave. I due protagonisti, un padre e suo figlio, chiedono ai partecipanti informazioni sulla scomparsa della figlia maggiore, Mar. L'indagine andrà avanti per le lunghe finché un esercito non blocca la manifestazione e costringe i due protagonisti a seguire, con la loro auto non poco inadatta al paesaggio, un gruppo di ravers ben più attrezzati a bordo dei loro mezzi. Per i derelitti compagni di viaggio, un "mucchio" di outsiders, la ricerca di un posto dove innescare la musica con i loro stereo è vitale tanto quanto l'acqua o qualsiasi regione acquosa che il deserto è incapace di offrire; al di fuori di esso rimangono solamente ostacoli mortali ed esplosivi che rispondono ad uno scenario sconvolto dalla distopia di un conflitto bellico incombente dal fuori campo.
Il mare, come il nome (forse fin troppo) simbolico ma suggestivo della figlia scomparsa, non sarà altro che un mcguffin, un'immagine perduta e inarrivabile nel paesaggio o una fotografia sbiadita della famiglia di Luis (un padre goffo e improbabile per la missione, e per questo così credibile nelle vesti comuni di Sergi Lopez), dove il motore narrativo debole è la miccia esplosiva per uno lavoro sconvolgente sulle immagini.
Da anni ospite abituale di Cannes, il cineasta francogallego ha ormai consolidato una reputazione di tutto rispetto fin dal suo esordio Todos vosotros sois capitanes, guadagnandosi con Mimosas il Gran Premio della Semaine de la critique nel 2016 e successivamente il Jury Prize per Viendra le feu nel 2019. Infine, lo scorso maggio ha bissato il riconoscimento con questo ultimo ambizioso lavoro, Sirât (ex aequo con In Die Sonne schauen), ricevendo successivamente una distribuzione nelle sale delle principali nazioni europee, mentre in Italia la sorte in cui incorre è probabilmente quella del piccolo schermo, cornice che rischia di tradire gli sforzi ambiziosi di una coproduzione a dir poco coraggiosa.
Dalle sabbie di una regione remota al confine tra la Spagna e il Marocco (scenari produttivi, insieme alla Francia, che avevano già supportato il precedente Mimosas), con Sirât Laxe ci lascia piombare in media res tra le sonorità estatiche e schiaccianti di un rave. I due protagonisti, un padre e suo figlio, chiedono ai partecipanti informazioni sulla scomparsa della figlia maggiore, Mar. L'indagine andrà avanti per le lunghe finché un esercito non blocca la manifestazione e costringe i due protagonisti a seguire, con la loro auto non poco inadatta al paesaggio, un gruppo di ravers ben più attrezzati a bordo dei loro mezzi. Per i derelitti compagni di viaggio, un "mucchio" di outsiders, la ricerca di un posto dove innescare la musica con i loro stereo è vitale tanto quanto l'acqua o qualsiasi regione acquosa che il deserto è incapace di offrire; al di fuori di esso rimangono solamente ostacoli mortali ed esplosivi che rispondono ad uno scenario sconvolto dalla distopia di un conflitto bellico incombente dal fuori campo.
Il mare, come il nome (forse fin troppo) simbolico ma suggestivo della figlia scomparsa, non sarà altro che un mcguffin, un'immagine perduta e inarrivabile nel paesaggio o una fotografia sbiadita della famiglia di Luis (un padre goffo e improbabile per la missione, e per questo così credibile nelle vesti comuni di Sergi Lopez), dove il motore narrativo debole è la miccia esplosiva per uno lavoro sconvolgente sulle immagini.
Óliver Laxe concepisce un moderno film d'avventura capace di far conflagrare la ricerca logorante del gruppo di protagonisti in un dimensione lisergica e spirituale ai confini di un mondo arido e finora inesplorato dal cinema contemporaneo europeo. Tra gli orizzonti perduti del deserto la premessa del film è l'indagine di una missione espressiva dove il collocamento liberatorio della musica nel paesaggio ricorda in filigrana quella di un odierno Fitzcarraldo.
Gli assordanti motivi rilasciati dalle casse stereo nel deserto si intrecciano in una tela paesaggistica che restituisce l'epica di un arcigno western contemporaneo. Inevitabile pensare, in questi termini, agli ultimi due Mad Max della saga di George Miller, mentre la costruzione inarrestabile delle scene, capaci di lasciar scivolare via le certezze del pubblico con azzardi narrativi impensabili, e la sospensione sempre più rarefatta del racconto permettono a Laxe di dispiegare con un'ispirata inventiva di mezzi cinematografici uno sguardo politico degno di opere di riferimento come Sorcerer di William Friedkin e Searchers di John Ford. L'atto finale, infine, precipita in una dimensione beffarda e disperata con la sua ultima prova per la sopravvivenza, dove il piano sequenza è un esercizio magistrale di tensione che ricade tutta su una visione in sala irripetibile e snervante.
Produzione sontuosa (tra i nomi risalta Pedro Almodóvar), Sirât è una delle opere cinematografiche che più interrogano il presente e l'aria che tira fuori dalla sala, arida come quella che attraversa i tanti deserti che condannano la ricerca di Luis, dove quel titolo in apertura evoca un ponte tra inferno e paradiso, sottile come un capello e affilato come una lama. In un mondo in preda agli armamenti "forse" non tanto diverso dal clima che si respira e suda durante la visione, la meta irrisolta di un orizzonte sui nostri tempi moderni è un monito che punge e dà fastidio, ci incanta e inquieta come un'ultima danza pazza e disperata dentro cui ritrovarci tutti sconosciuti.
Gli assordanti motivi rilasciati dalle casse stereo nel deserto si intrecciano in una tela paesaggistica che restituisce l'epica di un arcigno western contemporaneo. Inevitabile pensare, in questi termini, agli ultimi due Mad Max della saga di George Miller, mentre la costruzione inarrestabile delle scene, capaci di lasciar scivolare via le certezze del pubblico con azzardi narrativi impensabili, e la sospensione sempre più rarefatta del racconto permettono a Laxe di dispiegare con un'ispirata inventiva di mezzi cinematografici uno sguardo politico degno di opere di riferimento come Sorcerer di William Friedkin e Searchers di John Ford. L'atto finale, infine, precipita in una dimensione beffarda e disperata con la sua ultima prova per la sopravvivenza, dove il piano sequenza è un esercizio magistrale di tensione che ricade tutta su una visione in sala irripetibile e snervante.
Produzione sontuosa (tra i nomi risalta Pedro Almodóvar), Sirât è una delle opere cinematografiche che più interrogano il presente e l'aria che tira fuori dalla sala, arida come quella che attraversa i tanti deserti che condannano la ricerca di Luis, dove quel titolo in apertura evoca un ponte tra inferno e paradiso, sottile come un capello e affilato come una lama. In un mondo in preda agli armamenti "forse" non tanto diverso dal clima che si respira e suda durante la visione, la meta irrisolta di un orizzonte sui nostri tempi moderni è un monito che punge e dà fastidio, ci incanta e inquieta come un'ultima danza pazza e disperata dentro cui ritrovarci tutti sconosciuti.
Di Emilio Occhialini
08/10/2025