SOTTO LE FOGLIE - IL PERTURBANTE UNIVERSO DI FRANÇOIS OZON
All’inizio del millennio era uno dei registi più intriganti dell’intero panorama cinematografico europeo. Si è rivelato da subito come un enfant terrible capace di realizzare film in cui il desiderio sessuale andava sempre di pari passo con il perturbamento psichico, in cui ciò che veniva trasmesso attraverso l’atto carnale derivava da un ossessione mentale. L’esempio più lampante in questa direzione, nella prima parte della sua carriera, è Swimming Pool (2003), film eccezionale che affianca i desideri e il confronto tra due donne appartenenti a due differenti generazioni: Charlotte Rampling, simbolo del cinema del perturbante per eccellenza, basti pensare a Il portiere di notte (Liliana Cavani, 1974), e quello che sarà il corpo più tonico e sessualmente attivo dell’attrice feticcio di Ozon, Ludivine Sagnier. Con l’avanzare degli anni e il progredire della sua carriera, Ozon ha dimostrato una rara versatilità, capace di spostarsi dalla commedia borghese (Potiche, 2010) al puro melodramma storico (Frantz, 2016); senza mai perdere il contatto con le origini e con il tema del desiderio (Giovane e bella, 2013, Doppio amore, 2017).
Ozon è sempre stato un regista infermabile, estremamente prolifico e senza che mai questa sua costanza andasse ad intaccare sulla qualità media (altissima) delle sue opere. Dal 2019 con Grazie a Dio ha realizzato cinque film, uno all’anno, uno diverso dall’altro. L’ultima fatica del regista francese si rivela essere, forse, il migliore di questa cinquina. Sotto le foglie (Quand vient l’automne) è un film eccezionale, gestito in maniera incredibile dal suo autore, grazie ad una maestosa capacità di Ozon di lavorare sulle mancanze, sul passato, su ciò che non viene detto e su, ancora una volta, il pericoloso desiderio che si nasconde all’interno dei personaggi.
Michelle (Hélène Vincent) desidera passare più tempo con suo nipote Lucas (Garlan Erlos) nel suo piccolo paesino in Borgogna. Sua figlia Valérie (Ludivine Sagnier), per le vacanze, decide di recarsi con Lucas da sua madre. Ma quando un incidente con dei funghi tossici preparati da Michelle metterà in pericolo la salute di Valérie, la donna decide di rincasarsi immediatamente a Parigi e di non fare più ritorno in Borgogna. Michelle, desiderosa di restare in contatto con suo nipote non accetta di buon cuore la cosa, e quando Vincent (Pierre-Lottin), figlio della sua migliore amica uscirà di prigione, gli equilibri affettivi verranno messi in discussione e il passato della donna si rivelerà protagonista degli eventi che sconvolgeranno il nucleo familiare.
Ozon è sempre stato un regista infermabile, estremamente prolifico e senza che mai questa sua costanza andasse ad intaccare sulla qualità media (altissima) delle sue opere. Dal 2019 con Grazie a Dio ha realizzato cinque film, uno all’anno, uno diverso dall’altro. L’ultima fatica del regista francese si rivela essere, forse, il migliore di questa cinquina. Sotto le foglie (Quand vient l’automne) è un film eccezionale, gestito in maniera incredibile dal suo autore, grazie ad una maestosa capacità di Ozon di lavorare sulle mancanze, sul passato, su ciò che non viene detto e su, ancora una volta, il pericoloso desiderio che si nasconde all’interno dei personaggi.
Michelle (Hélène Vincent) desidera passare più tempo con suo nipote Lucas (Garlan Erlos) nel suo piccolo paesino in Borgogna. Sua figlia Valérie (Ludivine Sagnier), per le vacanze, decide di recarsi con Lucas da sua madre. Ma quando un incidente con dei funghi tossici preparati da Michelle metterà in pericolo la salute di Valérie, la donna decide di rincasarsi immediatamente a Parigi e di non fare più ritorno in Borgogna. Michelle, desiderosa di restare in contatto con suo nipote non accetta di buon cuore la cosa, e quando Vincent (Pierre-Lottin), figlio della sua migliore amica uscirà di prigione, gli equilibri affettivi verranno messi in discussione e il passato della donna si rivelerà protagonista degli eventi che sconvolgeranno il nucleo familiare.
Sotto le foglie sembra uscito dallo stesso universo di Giovane e bella. Come se questo fosse il naturale sviluppo di quella storia, come se i (mancati) rapporti della Michelle di Hélène Vincent siano le stesse relazioni che avrà da adulta la Isabelle di Marine Vacht, in quel sconvolgente ritratto della sessualità giovanile, in rapporto con il potere. È come se François Ozon abbia delineato il suo universo cinematografico e per farlo ha realizzato un noir sull’ambiguità, sulle zone grigie e sulle verità che a un certo punto non interessano più, né allo spettatore, né ai personaggi.
Perché ciò che è successo sul balconcino dell’appartamento parigino dell’irriconoscente figlia di Michelle, Valérie, non è il reale fulcro centrale del film, quanto un simil espediente hitchcockiano per legare come un essere umano non ha limiti per raggiungere i propri desideri, per ottenere ciò che non ha mai avuto: l’affetto relazionale. Questo è ciò che sorprende di Sotto le foglie: è come l’eleganza, non soltanto formale ma anche narrativa, di François Ozon sia sì, classica - sappiamo l’amore del regista per alcuni dei suoi punti di riferimento cinematografici, Rainer Werner Fassbinder su tutti - ma dalla riconoscibile forza. Fin dal suo esordio nel 1998 (un folle film sul disfacimento borghese: Sitcom) Ozon è riuscito ad entrare nella mente dello spettatore, utilizzando la concretezza di sensazioni e desideri universali, ma che spaventano, che traumatizzano chi si riconosce in quel desiderio. Perché in ciò che forse ha fatto Michelle, e in ciò che sicuramente prova, nessuno può totalmente dirsi contrario, nessuno può alzare le mani e scagliare biblicamente la prima pietra, ed è proprio questo a terrorizzare e a rendere Sotto le foglie il noir perturbante per eccellenza, quello capace di inserire lo spettatore nella perfetta metà del giudizio etico e morale.
Di Saverio Lunare
Perché ciò che è successo sul balconcino dell’appartamento parigino dell’irriconoscente figlia di Michelle, Valérie, non è il reale fulcro centrale del film, quanto un simil espediente hitchcockiano per legare come un essere umano non ha limiti per raggiungere i propri desideri, per ottenere ciò che non ha mai avuto: l’affetto relazionale. Questo è ciò che sorprende di Sotto le foglie: è come l’eleganza, non soltanto formale ma anche narrativa, di François Ozon sia sì, classica - sappiamo l’amore del regista per alcuni dei suoi punti di riferimento cinematografici, Rainer Werner Fassbinder su tutti - ma dalla riconoscibile forza. Fin dal suo esordio nel 1998 (un folle film sul disfacimento borghese: Sitcom) Ozon è riuscito ad entrare nella mente dello spettatore, utilizzando la concretezza di sensazioni e desideri universali, ma che spaventano, che traumatizzano chi si riconosce in quel desiderio. Perché in ciò che forse ha fatto Michelle, e in ciò che sicuramente prova, nessuno può totalmente dirsi contrario, nessuno può alzare le mani e scagliare biblicamente la prima pietra, ed è proprio questo a terrorizzare e a rendere Sotto le foglie il noir perturbante per eccellenza, quello capace di inserire lo spettatore nella perfetta metà del giudizio etico e morale.
Di Saverio Lunare