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SOTTO LE NUVOLE

RECENSIONE

SOTTO LE NUVOLE - GIANFRANCO ROSI AL COSPETTO DEL VESUVIO - SPECIALE VENEZIA 82

“Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo.”
Con questa citazione da Jean Cocteau, si apre Sotto le nuvole, il nuovo documentario di Gianfranco Rosi presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove già l’autore aveva vinto il Leone d’Oro nel 2013 con il film Sacro GRA.  

E proprio come in Sacro GRA, anche qui il regista italiano costruisce il suo teatro visivo a partire dall’umano, dalle molteplici esistenze che gravitano attorno a un gigante silenzioso: il Vesuvio, simbolo, controcampo e spettatore di un mondo in perpetuo flusso. Tra Napoli, Ercolano, Pompei e le linee serpentine della Circumvesuviana, Rosi tesse un paesaggio cinematografico in cui è l’elemento umano a definire il luogo, non viceversa. Un mosaico dal reale trasfigurato che diventa mitologia filmica, alla ricerca del cinema che vive nella realtà, e in cui l’umanità emerge nella sua paradossale e imprevedibile varietà. 

Un cinema abbandonato dove si proietta Viaggio in Italia di Rossellini; un funzionario intento a mappare i siti trafugati dai tombaroli; i vigili del fuoco impegnati con le continue ansie della popolazione alle prese con scosse telluriche e piccoli incidenti domestici; archeologi giapponesi che scavano nella Villa Augustea di Somma Vesuviana; il doposcuola del maestro Titti; i carichi di grano ucraino in arrivo su navi siriane. Una geografia umana fatta di attese, memorie e quotidiane resistenze. Tutte formiche che si agitano ai piedi del gigante Vesuvio, vero protagonista che con la sua presenza costante ci ricorda la forza creatrice e distruttrice della natura.  
Foto
Come sempre in Rosi, i gesti quotidiani e la la loro reiterazione trascendono il tempo, acquistando connotazioni quasi sacrali legate all’idea di devozione verso la storia, la memoria, la conservazione. La ricerca verso un ideale di purezza si ritrova anche nell’uso del bianco e nero, utile al regista per spogliare questi luoghi dagli stereotipi visivi a cui viene normalmente associato, valorizzando la luce e il paesaggio plumbeo. Questa scelta formale arriva a evocare la fotografia di Sebastião Salgado, nel suo essere plastica, profonda e quasi spettrale.

Il risultato finale è un mosaico che soffre in parte della sua natura episodica: alcuni frammenti colpiscono con forza, altri perdono intensità. La sfida, evidente, è far combaciare storie così diverse mantenendo un filo che sia più di una mera celebrazione del territorio, con il rischio di un interesse esclusivamente folklorico o di scadere nel bozzettistico. Sotto le nuvole paga il prezzo di una durata forse eccessiva e di un disegno complessivo che resta indefinito. L’abbondanza di temi e personaggi rischia di disorientare, impedendoci di focalizzarci su momenti specifici o di percepire un discorso unitario oltre l’evocazione di un territorio e dei suoi abitanti. Il risultato è un racconto incompleto, parziale, eppure così affascinante e fuori dal tempo, quasi non di questo mondo come spesso nei documentari di Rosi.

Sotto le nuvole è un viaggio sospeso tra realismo e mito, un documentario che sa incantare con il suo sguardo insolito, che non cerca un centro narrativo, ma lascia che il film respiri come un organismo vivo, frammentario e poroso, dove ogni storia è una crepa da cui filtra la luce. E in questo sguardo sospeso, che rifiuta le urgenze del racconto canonico per abbracciare l’attesa e il dettaglio, si rinnova l’ambizione più profonda del cinema di Rosi: dare forma visiva all’invisibile.
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Di Francesco Paolo Francini
02/09/2025

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