SUL PERCHÈ PAUL THOMAS ANDERSON CI INSEGNA CHE SIAMO TUTTI FIGLI DI MADRI E DI PADRI
Nel discorso di accettazione del suo primo Oscar, durante la lunga notte di Hollywood, tenutasi la scorsa domenica 15 marzo al solito Dolby Theater, Paul Thomas Anderson era visibilmente emozionato. Sono passati 28 anni dalla sua prima nomination e io, nonostante fossi nata da qualche mese, e nonostante si contendesse la migliore sceneggiatura originale con Woody Allen e il suo Harry a Pezzi, sento che già tifavo per Boogie Nights.
Nessuno, in quel lontano 1998, si sarebbe mai aspettato che prima di ricevere un premio così prestigioso ci sarebbero volute altre 11 nomination. È vero, gli Oscar sono sopravvalutati. Ce l’abbiamo segretamente tutti a morte con gli Oscar… eppure. Eppure, altrettanto segretamente e avidamente, ce li gustiamo la notte come una calda amante e, attendiamo il loro arrivo scommettendo su chi avrà la meglio e chi avrà la peggio. E io, nei giorni precedenti, preda di un delirio degno di un giocatore d’azzardo, mai mi sarei aspettata che PTA avrebbe sbancato il botteghino.
“Ho fatto questo film per i miei figli, per chiedere scusa per il disordine che abbiamo lasciato in questo mondo e che lasciamo in mano a loro. Ma con la speranza e l’incoraggiamento che loro saranno la generazione che ci porterà un po’ di buon senso e di decenza”, dice Paul. E io sento un lungo sospiro e intravedo un occhio lucido, e subito penso a Willa Ferguson, che ho visto nascere e crescere e rischiare la morte molteplici volte in Una battaglia dopo l’altra.
Penso al suo sguardo impaurito e spavaldo allo stesso tempo, penso agli unici due abbracci che ci sono stati durante il film tra lei e suo padre. E penso a tutti quelli che non ci sono stati tra lei e sua madre. Perché Una battaglia dopo l’altra è un film di padri e di figli, di madri e di figli, e dei padri delle madri e delle madri dei padri: è un film sulla genitorialità, e sulle generazioni, e su cosa lasciamo noi a chi abiterà in futuro il mondo. Sul complesso sfondo politico, che non è solo cornice ma anche attante nella narrazione, si inserisce il fulcro del racconto, un discorso a cuore aperto su cosa vuol dire essere un figlio, e cosa vuol dire essere un padre e una madre.
Nessuno, in quel lontano 1998, si sarebbe mai aspettato che prima di ricevere un premio così prestigioso ci sarebbero volute altre 11 nomination. È vero, gli Oscar sono sopravvalutati. Ce l’abbiamo segretamente tutti a morte con gli Oscar… eppure. Eppure, altrettanto segretamente e avidamente, ce li gustiamo la notte come una calda amante e, attendiamo il loro arrivo scommettendo su chi avrà la meglio e chi avrà la peggio. E io, nei giorni precedenti, preda di un delirio degno di un giocatore d’azzardo, mai mi sarei aspettata che PTA avrebbe sbancato il botteghino.
“Ho fatto questo film per i miei figli, per chiedere scusa per il disordine che abbiamo lasciato in questo mondo e che lasciamo in mano a loro. Ma con la speranza e l’incoraggiamento che loro saranno la generazione che ci porterà un po’ di buon senso e di decenza”, dice Paul. E io sento un lungo sospiro e intravedo un occhio lucido, e subito penso a Willa Ferguson, che ho visto nascere e crescere e rischiare la morte molteplici volte in Una battaglia dopo l’altra.
Penso al suo sguardo impaurito e spavaldo allo stesso tempo, penso agli unici due abbracci che ci sono stati durante il film tra lei e suo padre. E penso a tutti quelli che non ci sono stati tra lei e sua madre. Perché Una battaglia dopo l’altra è un film di padri e di figli, di madri e di figli, e dei padri delle madri e delle madri dei padri: è un film sulla genitorialità, e sulle generazioni, e su cosa lasciamo noi a chi abiterà in futuro il mondo. Sul complesso sfondo politico, che non è solo cornice ma anche attante nella narrazione, si inserisce il fulcro del racconto, un discorso a cuore aperto su cosa vuol dire essere un figlio, e cosa vuol dire essere un padre e una madre.
Bob Ferguson e Perfidia Beverly Hills, ancora giovani e sconsiderati, sbeffeggiano la vita e, sorridendo, fanno scoppiare il loro amore per la libertà e la giustizia con le bombe e la forza armata. Non pensano a cosa verrà dopo, contano solo la rivoluzione, il presente, una buona causa, l’inseguire gli ideali giusti e sconfiggere quelli sbagliati, combattendo una battaglia dopo l’altra.
E che cosa succede quando a fare la rivoluzione non si è più in due, ma in tre? Succede che alcuni ideali muoiono e altri nascono. Con l’arrivo della piccola Charlene, qualcosa dentro Bob e Perfidia cambia, entrambi cambiano, ma in modo diverso. Bob lascia andare una parte di sé, quella più sconsiderata, si responsabilizza, si innamora di nuovo della vita, di una nuova vita.
Perfidia, al contrario, si aggrappa a un lato più ripugnante di sé, forse consapevole che Willa (o Charlene) è la concretizzazione della sua contraddizione più grande. Lei, infatti, figlia del generale Steven J. Lockjaw, simboleggia tutto ciò che Perfidia detesta, ma da cui è sfortunatamente attratta: la divisa, il potere, l’autorità.
E che cosa succede quando a fare la rivoluzione non si è più in due, ma in tre? Succede che alcuni ideali muoiono e altri nascono. Con l’arrivo della piccola Charlene, qualcosa dentro Bob e Perfidia cambia, entrambi cambiano, ma in modo diverso. Bob lascia andare una parte di sé, quella più sconsiderata, si responsabilizza, si innamora di nuovo della vita, di una nuova vita.
Perfidia, al contrario, si aggrappa a un lato più ripugnante di sé, forse consapevole che Willa (o Charlene) è la concretizzazione della sua contraddizione più grande. Lei, infatti, figlia del generale Steven J. Lockjaw, simboleggia tutto ciò che Perfidia detesta, ma da cui è sfortunatamente attratta: la divisa, il potere, l’autorità.
Perfidia allora fugge dall’idea di una vita normale, rinnegando sé stessa, tentando di dimenticare il suo passato, lasciando Willa in mano a suo padre, Ghetto Pat, Bob. E così passano sedici anni, ma il mondo non cambia poi così tanto.
Tra le note degli Steely Dan, vediamo Willa crescere forte, spavalda e, come tutti gli adolescenti, agognare una normale vita da adolescente, le uscite con gli amici, la spensieratezza, il ballo della scuola. Invece si trova a dover accudire un padre che si è annichilito nei confronti del mondo e che, annebbiato dai fumi dell’erba, guarda La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, ricordando tempi migliori, in cui nulla contava se non l’ideologia, la lotta, gli ideali. Il passato dei suoi genitori, inevitabilmente, raggiunge Willa, che si trova a doversi fare carico di una rivoluzione fallita, delle aspettative disattese della gioventù dei suoi genitori.
Ed è qui che Paul Thomas Anderson ci pone innanzi una domanda fondamentale: fino a quanto è giusto per i figli farsi carico del lascito dei propri genitori? Perché devono pagare le conseguenze di un fallimento che non appartiene loro?
Tra le note degli Steely Dan, vediamo Willa crescere forte, spavalda e, come tutti gli adolescenti, agognare una normale vita da adolescente, le uscite con gli amici, la spensieratezza, il ballo della scuola. Invece si trova a dover accudire un padre che si è annichilito nei confronti del mondo e che, annebbiato dai fumi dell’erba, guarda La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, ricordando tempi migliori, in cui nulla contava se non l’ideologia, la lotta, gli ideali. Il passato dei suoi genitori, inevitabilmente, raggiunge Willa, che si trova a doversi fare carico di una rivoluzione fallita, delle aspettative disattese della gioventù dei suoi genitori.
Ed è qui che Paul Thomas Anderson ci pone innanzi una domanda fondamentale: fino a quanto è giusto per i figli farsi carico del lascito dei propri genitori? Perché devono pagare le conseguenze di un fallimento che non appartiene loro?
Il cuore di Una battaglia dopo l’altra abbraccia un discorso molto più ampio di Willa, Bob e Perfidia: si tratta di un discorso di responsabilità generazionale. La stessa madre di Perfidia dice a Bob: “Tu non sei fatto per mia figlia, lei viene da una lunga stirpe di rivoluzionari”, e noi spettatori capiamo che Perfidia a sua volta si è fatta erede delle aspettative dei suoi genitori. Sorte che, involontariamente, è toccata anche a Willa.
Perché il passato di Ghetto Pat e Perfidia, sotto forma del generale Steven J. Lockjaw, si colloca nella sua vita come una sorta di rito di passaggio, una fase liminale e cruciale che determinerà il suo futuro. Ma Willa - complici gli insegnamenti del suo Maestro Sensei - abita uno spazio interiore ben preciso, che la aiuta a cercare sempre una luce in fondo al tunnel. “Non stai respirando. Respira”, le suggerisce il Sensei, ed è quello che fa, anche davanti a una verità scomoda come quella di scoprire che l’unica figura genitoriale che ha conosciuto durante la sua vita non è in realtà suo padre.
Willa respira. E corre. E scappa. Proprio come Bob, che corre, scappa, e respira. Ed ecco che la loro corsa parallela, in mezzo al blu notte di Baktan Cross, diventa simbolica. Proprio come Alana e Gary, che alla fine di Licorice Pizza vanno l’uno verso l’altra senza fiato, anche Willa e Bob si rincorrono, e si incontrano nell’arido deserto californiano. Ed è lì che si riconoscono davvero la prima volta nei ruoli che dovevano essere loro fin dal principio, quello di padre e quello di figlia.
Willa riesce dunque non soltanto a rispettare le aspettative dei suoi genitori, ma a superarle, dimostrando che non conta tanto da dove veniamo, conta dove vogliamo andare. E Paul Thomas Anderson ce lo dimostra in una corsa sincopata di quasi tre ore, conta chi siamo davvero dentro di noi, a prescindere da chi c’è stato prima. Willa è la speranza che Bob e Perfidia avevano perso, la purezza di uno sguardo nuovo, meno violento e più astuto.
Perché il passato di Ghetto Pat e Perfidia, sotto forma del generale Steven J. Lockjaw, si colloca nella sua vita come una sorta di rito di passaggio, una fase liminale e cruciale che determinerà il suo futuro. Ma Willa - complici gli insegnamenti del suo Maestro Sensei - abita uno spazio interiore ben preciso, che la aiuta a cercare sempre una luce in fondo al tunnel. “Non stai respirando. Respira”, le suggerisce il Sensei, ed è quello che fa, anche davanti a una verità scomoda come quella di scoprire che l’unica figura genitoriale che ha conosciuto durante la sua vita non è in realtà suo padre.
Willa respira. E corre. E scappa. Proprio come Bob, che corre, scappa, e respira. Ed ecco che la loro corsa parallela, in mezzo al blu notte di Baktan Cross, diventa simbolica. Proprio come Alana e Gary, che alla fine di Licorice Pizza vanno l’uno verso l’altra senza fiato, anche Willa e Bob si rincorrono, e si incontrano nell’arido deserto californiano. Ed è lì che si riconoscono davvero la prima volta nei ruoli che dovevano essere loro fin dal principio, quello di padre e quello di figlia.
Willa riesce dunque non soltanto a rispettare le aspettative dei suoi genitori, ma a superarle, dimostrando che non conta tanto da dove veniamo, conta dove vogliamo andare. E Paul Thomas Anderson ce lo dimostra in una corsa sincopata di quasi tre ore, conta chi siamo davvero dentro di noi, a prescindere da chi c’è stato prima. Willa è la speranza che Bob e Perfidia avevano perso, la purezza di uno sguardo nuovo, meno violento e più astuto.
“È troppo tardi per noi, dopo tutte le mie bugie? Cosa farai quando sarai grande, tenterai di cambiare il mondo proprio come ho fatto io? Noi abbiamo fallito, ma forse tu non fallirai. Forse però, tu sarai in grado di rimettere a posto il mondo”, scrive Perfidia alla sua Charlene, ed è la stessa cosa che PTA scrive ai suoi figli con il suo film. La lettera di una madre che si fa ammissione di colpa, la pellicola di un padre come dimostrazione di una cieca fiducia in coloro che verranno.
Forse noi figli non saremo in grado di predire il futuro, ma possiamo leggere il passato con una lente nuova, e scrivere una storia diversa, come ci insegna Willa
Forse noi figli non saremo in grado di predire il futuro, ma possiamo leggere il passato con una lente nuova, e scrivere una storia diversa, come ci insegna Willa
Di Giulia Pilon
26/03/2026