SUPERGIRL - UN'ANIMA PUNK ROCK INTRAPPOLATA IN UN FILM FRAGILE
Nello scenario cinematografico contemporaneo, ormai saturo di blockbuster, i cinecomic che rimangono più impressi nell’immaginario collettivo sono quelli che non puntano a raggiungere solo i fan dei fumetti, ma si rivolgono a una più vasta fetta di pubblico. In altre parole, non film di supereroi, ma film che usano i supereroi per parlare al presente. Di recente, lo ha dimostrato James Gunn, portando nell’universo di Superman forti riferimenti alla nostra attualità, primi fra tutti il genocidio di Gaza e il conflitto in Ucraina.
Supergirl di Craig Gillespie aveva tutte le carte in tavola per legarsi fluidamente all’universo di Gunn, portando un altro tema importante: il commercio di donne, e introducendo così anche una riflessione sulla questione di genere. Il film è infatti un road movie che segue la collaborazione, inizialmente forzata, tra Kara (Supergirl) e Ruthye alla ricerca di Krem, un brigante che rapisce e vende bambine provenienti da tutti i pianeti, con l’unico scopo di far proseguire la sua razza composta da soli uomini.
Ma, mentre Superman non usava mezze misure nel rappresentare un dittatore chiaramente ispirato a Putin e Netanyahu, qui la caratterizzazione piatta di Krem, e la poca importanza narrativa che gli viene attribuita, non creano un conflitto tale da condurre una vera critica sociale, relegando la tematica sullo sfondo. Un’approssimazione non giustificabile, considerando che in Woman of Tomorrow, il fumetto su cui si basa la storia, Krem è il leader di un gruppo di briganti che devasta territori e massacra popoli interi per puro divertimento e per guadagnare potere e denaro.
Inoltre, la stessa protagonista è una migrante che ha assistito inerme prima alla distruzione del suo pianeta e poi del suo popolo. Quando arriva sulla Terra è già adulta e non riesce a considerare nessun altro luogo come casa, portando su di sé il profondo dolore di essere sopravvissuta a una grande tragedia. Una sofferenza che la rende paradossalmente più umana del cugino — da sempre vissuto sulla Terra — e la caratterizza come un personaggio profondamente attuale, da collocare in un presente devastato dalle guerre e dai genocidi.
Supergirl di Craig Gillespie aveva tutte le carte in tavola per legarsi fluidamente all’universo di Gunn, portando un altro tema importante: il commercio di donne, e introducendo così anche una riflessione sulla questione di genere. Il film è infatti un road movie che segue la collaborazione, inizialmente forzata, tra Kara (Supergirl) e Ruthye alla ricerca di Krem, un brigante che rapisce e vende bambine provenienti da tutti i pianeti, con l’unico scopo di far proseguire la sua razza composta da soli uomini.
Ma, mentre Superman non usava mezze misure nel rappresentare un dittatore chiaramente ispirato a Putin e Netanyahu, qui la caratterizzazione piatta di Krem, e la poca importanza narrativa che gli viene attribuita, non creano un conflitto tale da condurre una vera critica sociale, relegando la tematica sullo sfondo. Un’approssimazione non giustificabile, considerando che in Woman of Tomorrow, il fumetto su cui si basa la storia, Krem è il leader di un gruppo di briganti che devasta territori e massacra popoli interi per puro divertimento e per guadagnare potere e denaro.
Inoltre, la stessa protagonista è una migrante che ha assistito inerme prima alla distruzione del suo pianeta e poi del suo popolo. Quando arriva sulla Terra è già adulta e non riesce a considerare nessun altro luogo come casa, portando su di sé il profondo dolore di essere sopravvissuta a una grande tragedia. Una sofferenza che la rende paradossalmente più umana del cugino — da sempre vissuto sulla Terra — e la caratterizza come un personaggio profondamente attuale, da collocare in un presente devastato dalle guerre e dai genocidi.
In sintesi, per quanto godibile, Supergirl rientra nella categoria dei film di supereroi e anche di quelli già visti, e fatti meglio. Se la scrittura risulta debole e superficiale, il montaggio rende il racconto discontinuo, con poche sequenze d’azione memorabili, mentre la colonna sonora fatica a imporsi sulle immagini. Per di più, per essere un road movie ambientato nello spazio, le ambientazioni non offrono una creatività visiva particolarmente ispirata.
Eppure, l’elemento che distingue il film da tanti altri è il personaggio di Kara Zor-El: una boccata d’aria fresca per il genere. L’aspetto che più ha colpito il pubblico — non mancando di suscitare anche discussioni in merito — è la sua caratterizzazione quasi da ventenne comune che, nonostante tutte le raccomandazioni e i consigli dei genitori e del cugino, cerca ancora il suo posto nel mondo e ha difficoltà a gestire il trauma di aver perso tutto, rifugiandosi nell’alcol, nella musica, nei film e nella compagnia del suo cane.
Se Clark Kent è punk rock perché sceglie di essere gentile, empatico e ottimista in un mondo profondamente cinico, Kara lo è in modo diverso perché si allontana dalle supereroine tradizionali e, più in generale, dai canoni femminili normativi. Indossa quasi sempre gli stessi vestiti sgualciti, non porta make-up, esce con i capelli sporchi e spettinati e, come nei fumetti, il suo abbattimento interiore ha forgiato una personalità ironica, sfrontata e ribelle.
D’altronde la rappresentazione di Kara si inserisce perfettamente nella filmografia di Craig Gillespie che, da I, Tonya a Cruella, si è fatto notare per i suoi ritratti di protagoniste femminili fuori dagli schemi.
Sebbene il film non raggiunga l’attualità che legava Superman al contesto storico-sociale che stiamo vivendo, Supergirl presenta un potenziale altrettanto intrigante grazie a una protagonista capace di imporsi per il suo dolore e la sua imperfezione. Se i successivi capitoli del nuovo universo DC riusciranno a valorizzare Kara regalandole il giusto spazio e la stessa cura che ha ricevuto Superman, questa potrebbe essere una prima tappa di un progetto molto più interessante.
Eppure, l’elemento che distingue il film da tanti altri è il personaggio di Kara Zor-El: una boccata d’aria fresca per il genere. L’aspetto che più ha colpito il pubblico — non mancando di suscitare anche discussioni in merito — è la sua caratterizzazione quasi da ventenne comune che, nonostante tutte le raccomandazioni e i consigli dei genitori e del cugino, cerca ancora il suo posto nel mondo e ha difficoltà a gestire il trauma di aver perso tutto, rifugiandosi nell’alcol, nella musica, nei film e nella compagnia del suo cane.
Se Clark Kent è punk rock perché sceglie di essere gentile, empatico e ottimista in un mondo profondamente cinico, Kara lo è in modo diverso perché si allontana dalle supereroine tradizionali e, più in generale, dai canoni femminili normativi. Indossa quasi sempre gli stessi vestiti sgualciti, non porta make-up, esce con i capelli sporchi e spettinati e, come nei fumetti, il suo abbattimento interiore ha forgiato una personalità ironica, sfrontata e ribelle.
D’altronde la rappresentazione di Kara si inserisce perfettamente nella filmografia di Craig Gillespie che, da I, Tonya a Cruella, si è fatto notare per i suoi ritratti di protagoniste femminili fuori dagli schemi.
Sebbene il film non raggiunga l’attualità che legava Superman al contesto storico-sociale che stiamo vivendo, Supergirl presenta un potenziale altrettanto intrigante grazie a una protagonista capace di imporsi per il suo dolore e la sua imperfezione. Se i successivi capitoli del nuovo universo DC riusciranno a valorizzare Kara regalandole il giusto spazio e la stessa cura che ha ricevuto Superman, questa potrebbe essere una prima tappa di un progetto molto più interessante.
Di Roberta Bellia
19/07/2026