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THE DRAMA

RECENSIONE

THE DRAMA - IL MATRIMONIO NELL'ERA DELL'IPOCRISIA MORALE

​Può un ottimo soggetto essere sufficiente per fare un buon film? È una domanda che torna inevitabilmente quando si guarda The Drama, il nuovo film di Kristoffer Borgli al cinema dal 1 Aprile con IWonder Pictures. Autore che in pochi anni ha costruito un immaginario fortemente riconoscibile, il norvegese, dopo Sick of Myself e Dream Scenario, continua a muoversi lungo le coordinate del suo cinema: partire da uno spunto brillante e profondamente radicato nel presente per innescare un meccanismo capace di rivelare le crepe morali della contemporaneità. 

Se in precedenza a essere indagati erano l’autodistruzione da narcisismo social e la cultura della visibilità, qui Borgli sposta il focus sull’ipocrisia morale e sulle dinamiche relazionali nell’era dell’eccessiva condivisione. The Drama si presenta infatti come un wedding movie deformato, che prende i codici del genere per svuotarli dall’interno e trasformarli in un dispositivo grottesco e amaramente ironico. 

Al centro del racconto c’è la coppia formata da Charlie (Robert Pattinson) ed Emma (Zendaya), apparentemente perfetta e prossima al matrimonio. Un equilibrio in verità fragile, destinato a incrinarsi quando un segreto troppo grande del passato di Emma emerge quasi per caso durante un gioco alcolico, costringendo i due a confrontarsi con una verità che altera radicalmente la percezione reciproca. Da quel momento, si attua un progressivo processo di disgregazione, tipico del cinema di Borgli, che coinvolge non solo la coppia ma anche l’ambiente sociale che la circonda.
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​Il gioco al massacro che consegue la rivelazione si nutre di domande tanto semplici quanto destabilizzanti: quanto siamo davvero disposti a conoscere l’altro? E soprattutto, quanto siamo pronti ad accettarne le zone d’ombra? In un contesto dominato dalla sovraesposizione e dalla necessità di costruire versioni idealizzate di sé, la verità diventa un elemento perturbante, capace di mettere in crisi non tanto i rapporti quanto l’immagine che abbiamo costruito di essi.

Ciò è ancora più vero in un contesto come quello statunitense, ossessionato dal peso del passato e dalla falsa necessità di una trasparenza assoluta, in cui ciò che può essere riportato alla luce conta più di ciò che si è o si è diventati. Una dinamica, questa, che richiama da vicino i meccanismi della cancel culture, in cui il passato diventa uno strumento per togliere legittimità al presente. A farne le spese è stavolta Emma, ragazza dal passato tormentato e figlia di un’America che come spesso accade genera i suoi stessi mostri, incapace di lasciarsi un passato troppo grande alle spalle, che rimane marchiato a vita sul suo corpo.

È proprio qui che emerge l’ambiguità del film. Il nodo centrale del racconto, pur affondando le radici in una questione estremamente delicata della storia americana, non viene mai realmente affrontato nella sua complessità, ma resta sullo sfondo come detonatore narrativo. Più che un vero e proprio tema del film è un mcguffin che permette al regista di orchestrare una serie di situazioni grottesche e di gag visive e sonore, spesso efficaci ma, alla lunga, segnate da una certa ridondanza. Se da un lato Borgli dimostra ancora una volta di saper maneggiare il disagio e di saper costruire un ritmo serrato, sostenuto da un montaggio e da una messa in scena che mirano costantemente a disorientare lo spettatore, dall’altro sembra rinunciare a spingersi fino in fondo nel terreno che lui stesso apre, sollevando più di un dubbio morale sulla gestione di un tema così scottante.
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​A emergere con maggiore forza è allora il personaggio di Charlie, interpretato da un Robert Pattinson perfettamente a suo agio nel tratteggiare una figura timida e impacciata, attraversata da una rabbia repressa pronta a esplodere. Il suo percorso, sospeso tra amore, dubbio e pressione sociale, diventa il vero barometro emotivo del film, incarnando il conflitto tra ciò che si prova e ciò che gli altri si aspettano da noi.

Con The Drama, Kristoffer Borgli conferma il proprio talento nel costruire dispositivi narrativi capaci di riflettere le contraddizioni del presente, soprattutto nel contesto statunitense, terreno fertile per la produzione di miti, paure e mostri. Resta la sensazione di un film che, pur senza spingersi fino in fondo nelle implicazioni del proprio assunto, riesce comunque a colpire nel segno proprio lì dove Borgli è più a suo agio: nel mettere in crisi le immagini che costruiamo di noi stessi e degli altri.
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Di Francesco Paolo Francini
02/04/2026

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