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THE ENCAMPMENTS

RECENSIONE


​THE ENCAMPMENTS - LE PROTESTE DELLA COLUMBIA UNERSITY TRA MEDIA E MUSICALITÀ - SPECIALE BIOGRAFILM 2025

Subito dopo l’8 ottobre e l’intensificarsi dell’invasione israeliana a Gaza, nelle università americane molti studenti e studentesse hanno iniziato a far sentire la propria voce, con lo scopo di incentivare le università al disinvestimento nei confronti di Israele.

La prima università in cui queste proteste si sono trasmutate in atti di resistenza politica, è la Columbia University, dove gli studenti hanno costruito un vero e proprio accampamento. The Encampments, il nuovo documentario di Michael T. Workman e Kei Pritsker è il racconto del coraggio e dell’intraprendenza che ha portato giovani a rischiare di mettere in discussione il proprio futuro per uno scopo più grande.

Attraverso le testimonianze di alcuni dei protagonisti, tra cui Sueda Polat, studentessa dell’università e in prima linea nelle proteste e Mahmoud Khalil, portavoce del gruppo di protesta e contrattatore di un possibile accordo con l’università, il documentario ripercorre i giorni che vanno dall’accampamento fino al suo termine coattivo.
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Mai ricattatorio nella scelta delle immagini da mostrare, con una sapiente scelta di quando spingere l’acceleratore e quando rallentarlo, quando e cosa mostrare del conflitto, senza ricercare il pietismo ma semplicemente dando il giusto contesto di cosa sta accadendo e del perché i ragazzi stiano incentivando al disinvestimento la propria università (soldi che per la maggior parte sono le rette pagate dagli stessi ragazzi). Il documentario sa anche creare una giusta narrazione interna, attraverso un ottimo lavoro di montaggio e di associazione delle immagini. Subito dopo i burocrati e i media che accusano i protestatori di compiere atti antisemiti, vediamo ragazze e ragazzi di fede ebraica riconoscere il genocidio, smentendo che la protesta abbia delle basi antisemite.
Foto
The Encampments crea la sua narrazione in questo modo, con tesi smentite da antitesi, e con i “villain” che si rivelano perfetti per supportare la narrazione del documentario, esemplare il subdolo videomessaggio dell’allora direttrice dell’università Minouche Shafik che annuncia come per un’università migliore il debellamento dell’odio anti ebraico e anti mussulmano sia necessario, in un momento d’ipocrisia inserito perfettamente dai due registi verso la fine del documentario, dopo che abbiamo visto il metro usato dalla Shafik durante le proteste.
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Tra i produttori esecutivi del documentario è presente Macklemore, da sempre sostenitore della questione palestinese, e non sembra una caso l’attenzione dei due registi nel mostrare la musicalità delle proteste, gli strumenti portati nell’accampamento e le voci che si uniscono quasi armonicamente per mettere in chiaro il proprio dissenso. La musica è una delle protagoniste assolute delle proteste e The Encampments lo rimarca più di una volta, perfettamente coerente con chi ha messo parte dei soldi affinché il doc si potesse realizzare.
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Di Saverio Lunare
16/06/2025

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