THE LAST SHOWGIRL - IL PIATTO È SUFFICIENTE, MA LA RICETTA APPARTIENE A QUALCUN ALTRO
Era il 2008 quando al festival del cinema di Venezia trionfava un grandissimo film di Darren Aronofsky, probabilmente il suo migliore in assoluto. L’utilizzo che il regista statunitense faceva del corpo di Mickey Rourke era qualcosa di straordinariamente d’impatto, il corpo in fase discendente di uno dei sex symbol più in voga degli anni ‘80, veniva trasferito all’interno di un sistema e di uno show business alternativo a quello cinematografico, ma che rappresentava perfettamente l’intero sistema hollywoodiano, pronto a inserirti nell’ingranaggio quando sei prestante, per poi sputarti via quando gli anni passano e il tuo nome e il tuo corpo non sono più in auge. Aronofsky, va oltre il semplice giudizio morale sul sistema cinema; racconta anche di come quel mondo desiderato (e che farà sempre parte della sua vita, fino agli ultimi giorni) è stato bramato da Randy Robinson (alter-ego di Rourke e interpretato dallo stesso) perché probabilmente impossibilitato dal farne a meno, incapace di stare alla larga dal desiderio di essere acclamato, anche se solo da una nicchia di appassionati. Pronto a rinunciare a tutto (compresi i rapporti personali) pur di rivivere ancora quel singolo momento di acclamazione, quell’unico attimo in cui si sente vivo. Quel film si chiama The Wrestler e ha avuto lil merito di aver settato degli standard di rappresentazione che anche dopo quasi vent’anni dalla sua uscita sono rimasti impareggiabili.
Ma il titolo della recensione non è forviante, non siete finiti per sbaglio nell’analisi del film di Aronofsky. Ma per parlare del nuovo film di Gia Coppola non si può prescindere da The Wrestler, perché la ricetta è esattamente quella ma il piatto (seppur sufficiente) non si avvicina nemmeno al capolavoro del 2008.
Shelly (Pamela Anderson) è stata un’iconica showgirl che dopo oltre trent’anni di incessante attività all’interno del mondo dello spettacolo di Las Vegas, deve confrontarsi con la chiusura della sua storica esibizione, dell’età che avanza e di un sistema che non sembra più interessato a lei. Nel frattempo la donna dovrà confrontarsi con sua figlia Hannah (Billie Lourd), per anni distante da lei e che sembra intenzionata a ravvicinarsi all’affetto materno, e con le sue due giovani colleghe Mary-Anne (Brenda Song) e Jodie (Kiernan Shipka), pronte a reinventarsi in spettacoli dai toni più sessualizzati, a differenza di Shelly che crede ancora nel suo mestiere e nella possibilità di portare in scena spettacoli di qualità.
Ma il titolo della recensione non è forviante, non siete finiti per sbaglio nell’analisi del film di Aronofsky. Ma per parlare del nuovo film di Gia Coppola non si può prescindere da The Wrestler, perché la ricetta è esattamente quella ma il piatto (seppur sufficiente) non si avvicina nemmeno al capolavoro del 2008.
Shelly (Pamela Anderson) è stata un’iconica showgirl che dopo oltre trent’anni di incessante attività all’interno del mondo dello spettacolo di Las Vegas, deve confrontarsi con la chiusura della sua storica esibizione, dell’età che avanza e di un sistema che non sembra più interessato a lei. Nel frattempo la donna dovrà confrontarsi con sua figlia Hannah (Billie Lourd), per anni distante da lei e che sembra intenzionata a ravvicinarsi all’affetto materno, e con le sue due giovani colleghe Mary-Anne (Brenda Song) e Jodie (Kiernan Shipka), pronte a reinventarsi in spettacoli dai toni più sessualizzati, a differenza di Shelly che crede ancora nel suo mestiere e nella possibilità di portare in scena spettacoli di qualità.
Se Mickey Rourke aveva stuzzicato le fantasie femminili nell’86 per la sua focosa interpretazione in 9 settimane e mezzo (Adrian Lyne), lo stesso aveva fatto Pamela Anderson con quelle maschili nella sua interpretazione all’interno della serie Baywatch (1989), in cui le forme dell’attrice venivano messe fortemente in risalto attraverso costumi a pezzo unico e rallenty sulle corse in riva al mare. In The Last Showgirl viene rappresentato quello che è stato il suo ruolo all’interno dell’audiovisivo e meta-cinematograficamente (o televisivamente, che si voglia) è analizzato, attraverso Shelly, come la Anderson sia stata inserita nel sistema nel momento di prorompenza fisica, per poi finire nel dimenticatoio una volta che, con lo scorrere del tempo, quella prorompenza è venuta meno. No, non è un flashback, sono le stesse identiche dinamiche di The Wrestler, con tanto di medesimo rapporto genitore-figlia, con un tentativo iniziale di rappacificamento che verrà vanificato con lo scorrere della narrazione. E non finiscono qui le similitudini, non soltanto extra diegetiche, ma anche più prettamente profilmiche: la tipica ripresa da dietro, a inseguire il corpo dell’attore(trice) in questione, in una soggettiva in terza persona finalizzata a rappresentare un momento di forte impatto ansiogeno in rapporto con la decadenza fisica del protagonista.
Ciò che distingue The Wrestler da The Last Showgirl, è il risultato finale. La Coppola non riesce ad imprimere la stessa forza data dal migliore Aronofsky, le sue sequenze non hanno quell’impatto travolgente, in perfetto equilibro tra la malinconia e l’adrenalina, che rendono The Wrestler l’eccezionale film che è. Gia Coppola, attraverso uno stile che metta in evidenza quel senso di malinconica decadenza (girato in 16 mm, un formato in disuso che sembra affiancarsi al disuso del corpo cinematografico della Anderson), prova a replicare la ricetta settata in precedenza, ma sbatte in un confronto impari che rende la sua pellicola qualcosa dal sapore di già visto e di fatto meglio in precedenza.
Di Saverio Lunare
Ciò che distingue The Wrestler da The Last Showgirl, è il risultato finale. La Coppola non riesce ad imprimere la stessa forza data dal migliore Aronofsky, le sue sequenze non hanno quell’impatto travolgente, in perfetto equilibro tra la malinconia e l’adrenalina, che rendono The Wrestler l’eccezionale film che è. Gia Coppola, attraverso uno stile che metta in evidenza quel senso di malinconica decadenza (girato in 16 mm, un formato in disuso che sembra affiancarsi al disuso del corpo cinematografico della Anderson), prova a replicare la ricetta settata in precedenza, ma sbatte in un confronto impari che rende la sua pellicola qualcosa dal sapore di già visto e di fatto meglio in precedenza.
Di Saverio Lunare