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THE LEGEND OF OCHI

RECENSIONE

THE LEGEND OF OCHI - LA (NON) LEGGENDA DI OCHI

Per creare una leggenda non basta fornire delle regole, serve creare un pattern emotivo degno di una narrazione da tramandare di generazione in generazione e di un’epicità (non soltanto destinata ad una grande metafora familiare) che dev’essere degna di diventare una leggenda. I problemi di The Legend of Ochi, il lungometraggio d’esordio di Isaiah Saxon, partono dal titolo. Quel sostantivo così ingombrante che precede il nome della specie co-protagonista del film dev’essere supportato da una narrativa sostanziosa. Affinché una leggenda si venga a creare, lo spettatore deve essere un minimo convinto che l’oggetto in questione sia davvero qualcosa che meriti questo appellativo sia sotto il punto di vista sentimentale che drammaturgico. In The Legend of Ochi gli unici che sembrano credere a questa presunta leggenda sono gli attori del film, ma questo non sempre basta a creare una narrazione che convinca anche lo spettatore.

Yuri (Helena Zengel) è un’adolescente irrequieta nei confronti delle regole a lei tramandate. Istruita da sempre a seguire il coprifuoco e a non avvicinarsi agli Ochi, creature che vivono di notte nella foresta dei Carpazi, la ragazza si ribellerà agli ordini imposti quando entrerà in contatto con un cucciolo ferito e deciderà di affrontare un viaggio per riportarlo a casa.
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Saxon decide di rapportarsi emotivamente allo spettatore utilizzando l’espediente della nostalgia. E vai così di pellicola, animatronics dall’aspetto indubbiamente puccioso e di fondali volutamente posticci da mettere in evidenza costantemente il loro essere finti, esattamente come nei film di una volta. Questo rapporto che il regista cerca di instaurare con lo spettatore (per quanto ruffiano sia) è funzionale, l’idea di assistere a un film che visivamente cerca di distanziarsi dal consueto modo di fare cinema per ragazzi dell’attualità è presente. Ma Saxon, evidentemente troppo impegnato a scegliere un modo per fare breccia nel cuoricino dello spettatore attempato tramite la nostalgia, si è scordato che The Legend of Ochi dovrebbe essere un film per i ragazzi della contemporaneità. Cerca di parlare proprio a quelli ma lo fa nel modo più banale (e pasticciato) possibile.
Foto
Quando il film vuole rapportare emotivamente i due protagonisti, Yuri e il cucciolo di Ochi, lo fa tramite l’associazione della diversità. Yuri è un’estranea all’interno dell’umanità, non concepisce i comportamenti della propria famiglia, in primis quelli di suo padre Maxim (Willem Dafoe), ossessionato dagli Ochi e dalla sua cattura, soprattutto da quando sua moglie Dasha (Emily Watson) si è emarginata dal resto della società per studiare la specie da vicino. Ochi è estraneo anch’egli all’interno del rapporto con l’essere umano, dato che è da sempre percepito come una minaccia. Insieme i due si parlano, riescono a comunicare poiché entrambi condividono il senso di alienazione. Saxon si limita a questo per rapportare i due emotivamente, è una relazione non ben definita di amicizia che si affida soltanto a questa (derivativa) idea, davvero troppo poco.

Manco a dirlo, l’intero viaggio è finalizzato a riottenere un contatto perduto (che ovviamente riguarda la famiglia) e che ha fatto scomodare nel giudizio della pellicola paragoni tra i più insensati; partendo da E.T. l’extra-terrestre (1982) di Steven Spielberg in cui il reale legame emotivo tra i protagonisti (l’alieno e il giovane Elliot) era talmente ben gestito da Spielberg (tutto gli si può dire, tranne che non sa toccare i tasti giusti) da far disperare lo spettatore quando l’extra terrestre rischia la pelle e da lasciare quella sensazione amara quando E.T. torna nel suo pianeta, perché è davvero un peccato che i due debbano separarsi. In The Legend of Ochi più che percepire il pericolo per l’incolumità dei due protagonisti, si percepisce la noia nei confronti di una narrazione che capiamo dirigersi verso la direzione più prevedibile di tutti: il sentimentalismo del rapporto adolescente-madre. Se poi il film viene paragonato a Gremlins (1984) di Joe Dante soltanto perché c’è un animatronics - che è sicuramente la cosa più riuscita del film e quella che ti fa usare quell’ onomatopea tipica delle carinerie “Aww”, ma che non ha un briciolo di quella cattiveria capace di rapportare perfettamente il giovane spettatore nei confronti di qualcosa di più adulto (come può essere la malvagità, anche simpatica e sferzante) - allora la sensazione che Saxon sia riuscito a ingannare attraverso il suo guscio prende sempre più piede.

The Legend of Ochi è l’ennesima conferma della difficoltà che A24 sta incontrando nel creare nuovi autori, non riuscendo più a replicare le operazioni che l’hanno resa la casa di produzione-distribuzione più “affidabile” degli ultimi anni e che sembra vivere soltanto grazie a chi ha “svezzato” in precedenza.
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Di Saverio Lunare

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