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THE MONKEY

RECENSIONE


​THE MONKEY - PER OZ PERKINS E STEPHEN KINg NON SI PUÒ SFUGGIRE DALL'ORRORE

L’aspetto più intrigante del nuovo film di Oz Perkins è come sia il regista che Stephen King, scrittore del racconto, affermino che l’horror faccia parte intrinsecamente della propria vita. Il primo discende da un attore divenuto celebre per aver interpretato uno degli psicopatici più famosi della storia del cinema; il secondo ha costruito un impero attraverso la letteratura orrorifica, esordendo a 27 anni con Carrie (1974), senza più fermarsi. L’orrore fa parte di loro e non si può sfuggire, bisogna soltanto imparare a conviverci e a trasformarlo in qualcosa di produttivo.

Bill e Hall (Christian Convery) sono due fratelli gemelli che vivono in compagnia della madre. Rovistando nelle cianfrusaglie del padre scomparso, i due trovano una bizzarra statuetta che rappresenta una scimmia in compagnia di un tamburo. Dal ritrovamento dell’oggetto si sussegue un’insolita serie di morti inaspettate, che spinge i due a disfarsi della scimmietta per sempre. Una volta cresciuto Bill (Theo James) ha perso i contatti con suo gemello, ma presto i due dovranno riavvicinarsi perché la bizzarra serie di morti sembra non essersi mai interrotta.
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Dopo il successo di Longlegs (2024), Oz Perkins torna con un film dai toni più scanzonati, inserendo aspetti comici all’interno di un racconto in cui il regista si diverte e fa divertire, sfogando tutta la sua creatività macabra nel mettere in scena morti assurde e improbabili. The Monkey crea momenti ilari utilizzando il montaggio, mostrando il fatalismo di cui il film narra attraverso l’alternanza della ridicolizzazione della morte a momenti in cui quella morte diventa significativa, catalizza il racconto e motiva i personaggi a compiere determinate azioni. Ma, sotto il punto di vista narrativo e significativo, The Monkey non è così distante da Longlegs. Il rapporto tra infantilizzazione e morte trasposta attraverso un oggetto attribuibile ad un’età primordiale (la scimmietta qui, la bambola in Longlegs) trova riscontro in entrambe le pellicole, così come il rapporto familiare che si instaura. Che fare quando la “minaccia” è portata da chi ti sta accanto? La direzione che il cinema di Oz Perkins sta prendendo, sembra congiungersi proprio in questo quesito, e non è un caso che in The Monkey è presente un personaggio che pur di salvaguardare le persone che lo circondano decide di isolarsi, di allontanarle.
Foto
Il fatalismo di The Monkey e questa sua accettazione del male è paragonabile ad una dichiarazione d’amore nei confronti dell’horror che, come abbiamo già visto prima, è interiorizzata all’interno delle due figure creatrici dell’opera. Questo basta e avanza per convincerci, nonostante un film che cala drasticamente nella seconda parte a causa di un ritmo raffazzonato e di una narrazione che per buona parte della seconda metà del film sembra perdere il focus centrale dell’opera. Seppur il racconto è fortemente rivisitato dalla penna di Perkins, sembra che questo calo confermi la teoria che King si trovi molto più a suo agio nel raccontare personaggi adolescenziali piuttosto che figure adulte, perché la prima parte è praticamente perfetta nel rappresentare questa incursione dell’orrore nella vita emarginata di un ragazzo in preda a difficoltà relazionali. La discendenza della scimmietta da parte del misterioso padre dei due gemelli non è distante a ciò che Anthony Perkins sembra aver tramandato, probabilmente in maniera inconsapevole, a suo figlio Osgood: l’amore per il macabro, per i racconti dell’orrore e per tutto ciò che comprende questo affascinante aspetto della cultura mediale.

​Di Saverio Lunare

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