THE SHROUDS - QUANDO IL POSSEDIMENTO VA OLTRE LA MORTE
Parliamoci chiaro, The Shrouds non rientra nelle opere più riuscite di David Cronenberg (considerata la qualità media dei suoi film, ciò non sorprende); e bisogna anche ammettere che chi vi scrive non riesce ad essere totalmente imparziale quando deve analizzare una pellicola di uno dei registi che maggiormente lo ha plasmato. Non soltanto sotto il punto di vista del gusto cinematografico, ma anche politico, sociale e artistico in senso lato.
Dopo le dovute premesse, va detto che una forza teorica del genere è rara da trovare in un altro cineasta, e nonostante la fattura finale del film non tenga testa alle intenzioni prettamente ideali, The Shrouds - come sempre con il regista canadese - risulta un film cerebralmente stimolante, capace di destrutturare il proprio autore e analizzare come il possedimento di un corpo non si limiti più ad una dimensione terrena (nonostante per un ateo convinto come lui, il corpo resti sempre e soltanto un corpo); la voglia di possedimento supera la morte, ma in una concezione molto più egoistica che sentimentale.
Karsh (Vincent Cassel) cerca di elaborare il lutto di sua moglie Becca installando nella sua bara un dispositivo video che permette di osservare il corpo decomposto del proprio caro defunto. Forma una società che progetta speciali sudari capaci di adeguarsi a questo supporto e decide di offrire ad altre persone il peculiare servizio. Quando uno dei cimiteri adibiti all’innovativa tecnologia viene vandalizzato, Karsh dovrà indagare sulle motivazioni di tale gesto e per farlo dovrà confrontarsi con il suo ex cognato e collaboratore tecnico Maury (Guy Pearce), e con Terry (Diane Kruger), sorella identica della sua defunta moglie.
Il corpo, tema portante dell’intera carriera del regista, non trascende. Per Cronenberg non esiste un’altra dimensione in cui il corpo accede dopo la sua morte terrena. Non è un caso che quando Cronenberg abbia messo in scena un’altra dimensione, si è sempre trattato di una dimensione umana, creata da alteranti sostanze (Il pasto nudo, 1991), o da invenzioni tecnologiche (Videodrome, 1983, eXistenZ, 1999), ed è per questo che in The Shrouds è possibile un controllo sul corpo attraverso il digitale. L’alter-ego cronenberghiano interpretato da Vincent Cassel è un ateo che gioca a fare Dio (nella concezione della mente di chi crede) e per fare Dio utilizza il capitale a sua disposizione: sia economico che tecnologico.
Dopo le dovute premesse, va detto che una forza teorica del genere è rara da trovare in un altro cineasta, e nonostante la fattura finale del film non tenga testa alle intenzioni prettamente ideali, The Shrouds - come sempre con il regista canadese - risulta un film cerebralmente stimolante, capace di destrutturare il proprio autore e analizzare come il possedimento di un corpo non si limiti più ad una dimensione terrena (nonostante per un ateo convinto come lui, il corpo resti sempre e soltanto un corpo); la voglia di possedimento supera la morte, ma in una concezione molto più egoistica che sentimentale.
Karsh (Vincent Cassel) cerca di elaborare il lutto di sua moglie Becca installando nella sua bara un dispositivo video che permette di osservare il corpo decomposto del proprio caro defunto. Forma una società che progetta speciali sudari capaci di adeguarsi a questo supporto e decide di offrire ad altre persone il peculiare servizio. Quando uno dei cimiteri adibiti all’innovativa tecnologia viene vandalizzato, Karsh dovrà indagare sulle motivazioni di tale gesto e per farlo dovrà confrontarsi con il suo ex cognato e collaboratore tecnico Maury (Guy Pearce), e con Terry (Diane Kruger), sorella identica della sua defunta moglie.
Il corpo, tema portante dell’intera carriera del regista, non trascende. Per Cronenberg non esiste un’altra dimensione in cui il corpo accede dopo la sua morte terrena. Non è un caso che quando Cronenberg abbia messo in scena un’altra dimensione, si è sempre trattato di una dimensione umana, creata da alteranti sostanze (Il pasto nudo, 1991), o da invenzioni tecnologiche (Videodrome, 1983, eXistenZ, 1999), ed è per questo che in The Shrouds è possibile un controllo sul corpo attraverso il digitale. L’alter-ego cronenberghiano interpretato da Vincent Cassel è un ateo che gioca a fare Dio (nella concezione della mente di chi crede) e per fare Dio utilizza il capitale a sua disposizione: sia economico che tecnologico.
Il corpo che non si smette mai di voler controllare, entra anche nella dimensione onirica, in cui il disfacimento della carne (pezzetto dopo pezzetto) crea una psicosi di gelosia sempre finalizzata a quel controllo, a quel possedimento di ogni singola parte del corpo di un essere umano. E anche dopo la sua dipartita si ricerca di possedere (questa volta sotto il punto di vista sessuale) un corpo identico a quello ormai decomposto. In questa direzione, Diane Kruger nell’interpretare il doppio ruolo di Becca e Terry (ricordando Inseparabili, 1988), si presta perfettamente; rende Terry un personaggio sessualmente attratto dalle cospirazioni, dai complotti (che siano il nuovo sesso? La nuova carne?) e che rende il rapporto corporale con Karsh qualcosa di affiancabile ad una dimensione necrofila, più che di semplice nemesi.
E pensate, tutto questo in un film non completamente riuscito, che rivela troppo attraverso lunghi dialoghi e poco utilizzando la creazione visiva (da sempre punto di forza del cinema di Cronenberg) e che a volte si sviluppa farraginosamente nella sua costruzione (che l’intrigo e l’indagine non conti nulla è evidente da subito). Ma è sconcertante come a 82 anni, questo meraviglioso e impattante artista, abbia ancora la capacità di inquadrare il presente. Perché Cronenberg non ha mai rappresentato il futuro, le sue non sono mai state distopie; il suo cinema ha sempre parlato di noi all’interno del contemporaneo, del nostro corpo in rapporto con il mondo, di come la nostra carne non cambi mai e che il nostro desiderio di controllo non viene meno neanche quando quella carne è decomposta.
Anche quando non è perfetto, anche quando è pieno di difetti e incertezze, sempre lunga vita a David Cronenberg.
Di Saverio Lunare
E pensate, tutto questo in un film non completamente riuscito, che rivela troppo attraverso lunghi dialoghi e poco utilizzando la creazione visiva (da sempre punto di forza del cinema di Cronenberg) e che a volte si sviluppa farraginosamente nella sua costruzione (che l’intrigo e l’indagine non conti nulla è evidente da subito). Ma è sconcertante come a 82 anni, questo meraviglioso e impattante artista, abbia ancora la capacità di inquadrare il presente. Perché Cronenberg non ha mai rappresentato il futuro, le sue non sono mai state distopie; il suo cinema ha sempre parlato di noi all’interno del contemporaneo, del nostro corpo in rapporto con il mondo, di come la nostra carne non cambi mai e che il nostro desiderio di controllo non viene meno neanche quando quella carne è decomposta.
Anche quando non è perfetto, anche quando è pieno di difetti e incertezze, sempre lunga vita a David Cronenberg.
Di Saverio Lunare