THE SMASHING MACHINE - L'ANIMO GENTILE DI UN FIGHTER (IM)BATTIBILE - VENEZIA 82
Benny Safdie esordisce alla regia da solista al Festival del cinema di Venezia con un film che è strettamente connesso al suo lavoro precedente in coppia con il fratello Josh.
Perché il cinema dei Safdie bros. è sempre stato un cinema di dipendenze. Che siano date da sostanze stupefacenti (Heaven Knows What), dal denaro e dall’amore fraterno (Good Time) o dall’adrenalina del betting (Diamanti grezzi), esse sono il fulcro dei loro film.
The Smashing Machine è una storia di dipendenze e contrasti; le prime sono date dai rapporti, dal dolore e dall’ ‘orgasmante’ brivido di incitamento dei fan, le seconde sono dovute al dilemma interno che Mark Kerr (Dwayne Johnson), pioniere dell’UFC, prova. Si può essere gentili facendo questo mestiere? Può l’essere umano battere la macchina? Sono questi i contrasti presenti nel bel film diretto da Safdie, che sceglie il classicismo, figlio del cinema americano che connette lo sport alla vita, le ambizioni ai sentimenti.
Al regista non interessa l’iperrealismo dei match — ripresi al servizio dell’impianto cinematografico, più che sportivo — quanto al farci relazionare con il dilemma di Kerr: un fighter che ha sempre cercato l’umanità più che l’automatismo; anche all’interno del ring, luogo dove bisogna mettere da parte l’umanità per poter colpire più forte dell’avversario.
Perché il cinema dei Safdie bros. è sempre stato un cinema di dipendenze. Che siano date da sostanze stupefacenti (Heaven Knows What), dal denaro e dall’amore fraterno (Good Time) o dall’adrenalina del betting (Diamanti grezzi), esse sono il fulcro dei loro film.
The Smashing Machine è una storia di dipendenze e contrasti; le prime sono date dai rapporti, dal dolore e dall’ ‘orgasmante’ brivido di incitamento dei fan, le seconde sono dovute al dilemma interno che Mark Kerr (Dwayne Johnson), pioniere dell’UFC, prova. Si può essere gentili facendo questo mestiere? Può l’essere umano battere la macchina? Sono questi i contrasti presenti nel bel film diretto da Safdie, che sceglie il classicismo, figlio del cinema americano che connette lo sport alla vita, le ambizioni ai sentimenti.
Al regista non interessa l’iperrealismo dei match — ripresi al servizio dell’impianto cinematografico, più che sportivo — quanto al farci relazionare con il dilemma di Kerr: un fighter che ha sempre cercato l’umanità più che l’automatismo; anche all’interno del ring, luogo dove bisogna mettere da parte l’umanità per poter colpire più forte dell’avversario.
Ed è romantico aver visto — per la prima volta — in un ruolo così Dwayne “The Rock” Johnson, bravissimo nel raccogliere tutta quella voglia di gentilezza, senza scivolare nel melenso o retorico, ma interpretando una persona con cui — è evidente — si relaziona personalmente. E sarebbe ancora più suggestivo vederlo trionfare prima qui a Lido con la Coppa Volpi, e successivamente aggiudicarsi un posto di rilievo nella stagione dei premi. Posto che sembra essere assegnato di diritto a Emily Blunt, eccellente nel ruolo di Dawn, moglie del fighter, anche lei in una vita di contrasti e dipendenze, di lacrime e carezze.
Se qualcuno dubitava della possibilità che Benny Safdie potesse esaltarsi anche da solo, non può far altro che ricredersi. Aspettando di vedere Marty Supreme del fratello Josh, a Venezia abbiamo avuto la conferma di ciò che sospettavamo: il cognome Safdie — che sia al plurale o come in questo caso al singolare — sembrerebbe sempre essere sinonimo di cinema fatto come si deve.
Se qualcuno dubitava della possibilità che Benny Safdie potesse esaltarsi anche da solo, non può far altro che ricredersi. Aspettando di vedere Marty Supreme del fratello Josh, a Venezia abbiamo avuto la conferma di ciò che sospettavamo: il cognome Safdie — che sia al plurale o come in questo caso al singolare — sembrerebbe sempre essere sinonimo di cinema fatto come si deve.
Di Saverio Lunare
02/09/2025