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THE VOICE OF HIND RAJAB

RECENSIONE

THE VOICE OF HIND RAJAB - QUANDO IL CINEMA NON PUÒ TRASCENDERE LA REALT​À - SPECIALE VENEZIA 82

Come si può analizzare un film così? Come non farsi prendere dall’emotività nell’assistere a un’opera in cui l’incubo del contemporaneo si connette con la forza del cinema? The Voice of Hind Rajab ci racconta la tragicità di un evento che non riguarda soltanto il genocidio del popolo palestinese, ma che parla dell’essere umano e di quanto sia fondamentale non perdere il contatto con ciò che sta accadendo per continuare ad esserlo.

Ancora una volta Kaouther Ben Hania si serve di ogni tipo di mezzo pur di raccontare un evento. Come già fatto in 4 figlie (2023), anche in The Voice of Hind Rajab la regista fonde ricostruzione fiction, immagini d’archivio, video reali e testimonianze personali. Ogni forma è al servizio del racconto, non importa quale venga scelta, l’importante è che componga il puzzle, completandolo e arricchendolo. Ed è proprio la gestione da parte della regista tunisina a rendere il suo film mai ricattatorio, mai un’opera con cui — per forza di cose — bisogna relazionarsi.

The Voice of Hind Rajab è grandissimo cinema, non soltanto per essere riusciti nell’impresa di far dialogare la reale voce di Hind Rajab — bambina palestinese di sei anni bloccata in un’auto crivellata dai proiettili dell’esercito israeliano prima di venir uccisa insieme alla sua famiglia e a due soccorritori — e quelle degli attori che interpretano la Mezzaluna Rossa palestinese organizzazione di soccorso telefonica che è riuscita a mettersi in contatto con la bambina; ma anche per le impressionanti e significative sequenze messe in scena da Ben Hania.
Foto
Impossibile non accorgersi della maestria cinematografica che c’è dietro quando Omar (Motaz Malhees) — il primo a mettersi in contatto con Hind — con un pennarello sul vetro segnala a Mahdi (Amer Hlehel) tutti i minuti trascorsi, mentre lui è impegnato a mediare per far partire l’ambulanza. Mahdi ripete lo stesso gesto fatto da Omar quando deve comunicare il perché non può far partire i soccorsi prima di ricevere una green light, con un pennarello disegna il simbolo dell’infinito, percorrendo tutti i passaggi che vanno seguiti prima di poter agire. È cinema allo stato puro, per recitazione, messa in scena, scrittura, interazione tra ruoli e animi opposti, ma entrambi profondamente umani.

Rispondendo alla domanda che ci siamo posti all’inizio di questo articolo, probabilmente analizzare un film come The Voice of Hind Rajab senza farsi travolgere dall’emotività è impossibile; e non avrebbe nemmeno senso farlo.

Anche, e soprattutto, a questo serve il grande cinema: sbatterci in faccia il mondo — triste — in cui viviamo e ricordarci quanto sia importante cercare di non perdere il contatto con l’umanità.
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Di Saverio Lunare
04/09/2025

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