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TO A LAND UNKNOWN

RECENSIONE

TO A LAND UNKNOWN - LA RICERCA DI UNA CASA TRA URGENZA E UNIVERSALITÀ

Dopo diversi cortometraggi e il pluripremiato documentario A World Not Ours, il regista danese-palestinese Mahdi Fleifel si cimenta per la prima volta con il lungometraggio di finzione. Il risultato è To a Land Unknown, girato in Grecia solo un mese dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e completato in tempo per essere presentato a Cannes appena sei mesi più tardi.

To a Land Unknown è un film secco e spietato su due giovani cugini palestinesi, Chatila (Mahmood Bakri) e Reda (Aram Sabbah), che lottano per conquistarsi una prospettiva di vita, possibile solo fuggendo dal loro Paese. Dopo una prima parte introduttiva, dove conosciamo le difficoltà quotidiane dei protagonisti — povertà, dipendenze e microcriminalità come unico mezzo per sbarcare il lunario — si entra nel vivo della storia con l’organizzazione del viaggio. Da questo punto il film scorre bene, assumendo persino i toni del thriller, pur con qualche lungaggine nel terzo atto e con dei comprimari che, esaurita la loro funzione narrativa, vengono poi abbandonati dalla sceneggiatura.

È la mancanza di un orizzonte esistenziale a lasciare davvero atterriti. Dai piccoli furti dell’introduzione agli ostacoli della sezione centrale, fino all’amara risoluzione, i due protagonisti incarnano una popolazione privata di un futuro. Pur senza citazioni esplicite alla guerra a Gaza, Mahdi Fleifel ci consegna un film in dialogo diretto con la contemporaneità e capace di attivare riflessioni politiche profonde.
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To a Land Unknown è la dimostrazione che la fiction possiede la stessa forza — se non maggiore  — del documentario nel farsi commento sociale. Svincolato da un evento specifico ma agendo sull’immaginario dello spettatore, che non può fare a meno di pensare alle immagini dei telegiornali, questo dramma alimenta consapevolezza ed empatia senza mai forzare troppo la mano. Non si esce dalla sala solo con gli occhi lucidi, ma con la rabbia di chi ha assistito a una storia di dure ingiustizie che inevitabilmente rimanda alla realtà.

Sono assenti virtuosismi stilistici: il regista attinge sapientemente al cinema realista e mantiene un approccio sobrio e controllato, rifiutando ogni inutile estetizzazione. Proprio grazie a questa scelta emergono con forza i temi dell’identità e dello spaesamento culturale, rappresentati senza eccessiva drammatizzazione nella loro complessità. In fin dei conti si tratta di una storia antica e universale: l’uomo che cerca una “casa”, intesa non solo come luogo geografico ma come ritorno alla propria identità. Lo si racconta dai tempi dell’Odissea, dove Itaca è un’isola povera e aspra ma tanto amata da Odisseo perché focolare dove l’eroe può ottenere la completezza del sé. È altrettanto irto e pieno di ostacoli il viaggio degli eroi di To a Land Unknown, film che con intelligenza si muove tra urgenza storica e universalità tematica.

Ma a differenza dell’eroe greco, i giovani palestinesi non possono tornare nella loro terra e sono condannati alla condizione di stranieri. Come recita la citazione di Edward Said in apertura: “In un certo senso, è tipico del destino dei Palestinesi, non finire dove hanno cominciato, ma in qualche posto inaspettato e lontano”. C’è molta amarezza e malinconia nel finale, ma forse la generazione di Chatila e Reda non può permettersi il lusso della speranza.
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Di Luca Palumbo
24/11/2025

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