PARIS, DAKAR: IL FALSO MOVIMENTO DI TOUKI BOUKI
L'ora imprecisata del giorno, una mandria di zebù bianchi capeggiata da un ragazzino in groppa all'unico dal manto bruno. La sua figura si avvicina sempre di più fino a sfiorare l'obiettivo, un movimento che oscura lentamente il paesaggio pastorale sotto la luce del sole. Stacco e siamo dentro al film, dentro le pareti di un macello, l'animale è in trappola, stacco e siamo sulla strada, inizia Il Viaggio della Iena, con la macchina da presa in spalla a Mory, a bordo della sua motocicletta, coronata sul manubrio con due corna di zebù, mentre sfrecciamo insieme a lui dentro un paesaggio sempre più urbano, di baracche, persone e bancarelle sul ciglio della strada. E' il mondo di Djibril Diop Mambéty.
Queste prime immagini di Touki Bouki ci assalgono come un incantesimo di contrasti visivi e sonori: una quiete pastorale, dentro le note di un flauto, e il suono crudo della mattanza si succedono, fondono e infine rinascono nel viaggio del nostro eroe. In lingua wolof Touki è il viaggio, e Bouki la Iena. Il titolo è un invito preciso a viaggiare con gli occhi oltre la sua allegoria perché nel film la iena, uno degli animali notturni per eccellenza, non compare mai, mentre gli eventi impazzano sempre sotto le luce del sole, diversamente dall'attinenza più esplicita che avrà nuovamente la figura della iena nel titolo francese (che abbandona il wolof) di Hyènes, secondo lungometraggio di Mambéty del 1992, proseguimento spirituale che ritorna dopo più di vent'anni alle sorti delle due giovani "iene" di periferia, Mory e Anta. Lui "non ha classe, non ha rispetto, non ha un lavoro", non ha niente se non la sua motocicletta, come afferma la madre di Anta, studentessa disillusa dalla vita universitaria in un Senegal indipendente da poco più di dieci anni, sotto la prima presidenza di Léopold Sédar Senghor, poeta della Négritude.
Queste prime immagini di Touki Bouki ci assalgono come un incantesimo di contrasti visivi e sonori: una quiete pastorale, dentro le note di un flauto, e il suono crudo della mattanza si succedono, fondono e infine rinascono nel viaggio del nostro eroe. In lingua wolof Touki è il viaggio, e Bouki la Iena. Il titolo è un invito preciso a viaggiare con gli occhi oltre la sua allegoria perché nel film la iena, uno degli animali notturni per eccellenza, non compare mai, mentre gli eventi impazzano sempre sotto le luce del sole, diversamente dall'attinenza più esplicita che avrà nuovamente la figura della iena nel titolo francese (che abbandona il wolof) di Hyènes, secondo lungometraggio di Mambéty del 1992, proseguimento spirituale che ritorna dopo più di vent'anni alle sorti delle due giovani "iene" di periferia, Mory e Anta. Lui "non ha classe, non ha rispetto, non ha un lavoro", non ha niente se non la sua motocicletta, come afferma la madre di Anta, studentessa disillusa dalla vita universitaria in un Senegal indipendente da poco più di dieci anni, sotto la prima presidenza di Léopold Sédar Senghor, poeta della Négritude.
All'epoca della sua presentazione alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e poi vincitore del Prix du la critique international al Festival di Mosca, il film di Mambéty portò all'attenzione internazionale un altro frutto del grande fermento artistico di una generazione di registi africani, e prima di lui ovviamente Ousmane Sembène, diversamente dal quale Mambéty porta avanti un proprio percorso fuori dagli schemi e dalla formazione artistica in Francia, comune anche ad altri registi del Terzo cinema. Per questo Touki Bouki è ancora oggi una testimonianza preziosa di una voce, un tempo e uno spazio dentro i quali Mambéty ha inciso un segno cinematografico indelebile nella storia del cinema, trasfigurando simbolicamente l'identità del suo paese con un stile libero e indomabile alle regole, capace di viaggiare oltre le possibilità espressive e politiche di un linguaggio da riscoprire attraverso uno sguardo unico.
Quando Touki Bouki esce nel 1973, Mambéty si porta alle sue spalle la breve esperienza di due opere brevi: il cortometraggio Contras' City e il medio Badou Boy. Nel primo è già evidente un stile perfettamente a suo agio con la tradizione della sinfonia visiva della documentazione urbana di una città, Dakar, una mappatura di contrasti architettonici e strade poi ampliata narrativamente con la storia di Badou Boy, corsa sfrenata e rocambolesca di un ragazzo di strada inseguito da un goffo poliziotto. Touki Bouki, in cui riappare anche il badou boy, ne è il naturale allargamento concettuale e geografico che si trasforma sul motivo del viaggio. Un film quasi sempre in movimento, mentre si sogna Parigi attraverso le parole cantate da Jacqueline Baker. "Paris, Paris, Paris." Un loop musicale che proietta l'utopia dell'Europa, della Francia, dell'amor fou che alimenta la fuga di Mory e Anta mentre si lasciano alle spalle la vita e le famiglie della terra madre.
Quando Touki Bouki esce nel 1973, Mambéty si porta alle sue spalle la breve esperienza di due opere brevi: il cortometraggio Contras' City e il medio Badou Boy. Nel primo è già evidente un stile perfettamente a suo agio con la tradizione della sinfonia visiva della documentazione urbana di una città, Dakar, una mappatura di contrasti architettonici e strade poi ampliata narrativamente con la storia di Badou Boy, corsa sfrenata e rocambolesca di un ragazzo di strada inseguito da un goffo poliziotto. Touki Bouki, in cui riappare anche il badou boy, ne è il naturale allargamento concettuale e geografico che si trasforma sul motivo del viaggio. Un film quasi sempre in movimento, mentre si sogna Parigi attraverso le parole cantate da Jacqueline Baker. "Paris, Paris, Paris." Un loop musicale che proietta l'utopia dell'Europa, della Francia, dell'amor fou che alimenta la fuga di Mory e Anta mentre si lasciano alle spalle la vita e le famiglie della terra madre.
La libertà espressiva di Mambéty lascia ancora oggi con il fiato sospeso. Attraverso un montaggio associativo formidabile si forma una visione in cui rivivono le prime avanguardie del Novecento fino alla nouvelle vague che un decennio prima era esplosa nella Parigi sognata da Mory e Anta, immersi anche loro fino all'ultimo respiro dentro una sinfonia neorealista e ipnotica, dalle periferie più bucoliche fino all'area portuale di Dakar dove sperano di salpare per l'Europa. Quando le immagini si rimpallano, tornano misteriose come dei déjà vu, oppure si nascondono sotto altre, come nella bellissima scena in cui l'amplesso sfuma nell'oceano verso l'orizzonte, in quel mare che per riuscire ad attraversarlo Mory e Anta devono riuscire a racimolare i soldi necessari, che sia un gioco d'azzardo o un furto in moderna villa di un ricco artista.
Come gli angeli perduti di Wong Kar-wai di alcuni decenni dopo di loro, anche la giovane coppia di Touki Bouki, a bordo di un'altra fondamentale motocicletta, sonda i mutamenti culturali, politici e urbani di un paese, dove il processo di postcolonizzazione, dopo l'indipendenza del Senegal nel 1960, si porta ancora dietro le cicatrici di un retaggio che stressa la relazione con l'Europa che Mambéty, nella sua purtroppo breve carriera, porterà alle estreme conseguenze dopo quasi due decenni con il successivo Hyènes, aperto sulla premessa dello spazio lasciato aperto dal finale di Touki Bouki. Il film si chiude come un falso movimento, nella frizione tra l'illusione di una partenza e la consapevolezza di non poter tornare indietro. Nelle sue ultime immagini assistiamo all'intensificazione finale di tutto quello che abbiamo visto prima, con Anta immobile sulla nave mentre i rumori nudi e meccanici del porto prendono parte alle percussioni che ritmano la corsa disperata di Mory, incapace di separarsi dalla sua moto. Si torna dove si era partiti, nell'inquadratura che si riapre sullo stesso gregge di zebù che ci vengono nuovamente incontro, verso quella porzione di mondo con cui Mambéty ha deciso di aprire il nostro sguardo sulla sua terra.
Come gli angeli perduti di Wong Kar-wai di alcuni decenni dopo di loro, anche la giovane coppia di Touki Bouki, a bordo di un'altra fondamentale motocicletta, sonda i mutamenti culturali, politici e urbani di un paese, dove il processo di postcolonizzazione, dopo l'indipendenza del Senegal nel 1960, si porta ancora dietro le cicatrici di un retaggio che stressa la relazione con l'Europa che Mambéty, nella sua purtroppo breve carriera, porterà alle estreme conseguenze dopo quasi due decenni con il successivo Hyènes, aperto sulla premessa dello spazio lasciato aperto dal finale di Touki Bouki. Il film si chiude come un falso movimento, nella frizione tra l'illusione di una partenza e la consapevolezza di non poter tornare indietro. Nelle sue ultime immagini assistiamo all'intensificazione finale di tutto quello che abbiamo visto prima, con Anta immobile sulla nave mentre i rumori nudi e meccanici del porto prendono parte alle percussioni che ritmano la corsa disperata di Mory, incapace di separarsi dalla sua moto. Si torna dove si era partiti, nell'inquadratura che si riapre sullo stesso gregge di zebù che ci vengono nuovamente incontro, verso quella porzione di mondo con cui Mambéty ha deciso di aprire il nostro sguardo sulla sua terra.
Di Emilio Occhialini
07/03/2026