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TRAIN DREAMS

RECENSIONE

TRAIN DREAMS - UN WESTERN NOSTALGICO LUNGO LE FERROVIE DELL'IDAHO

​In Train Dreams ci troviamo nel cuore di inizio Novecento in Nord America, tra i boschi sperduti dell'Idaho, del mito del West oramai tramontato, dove l'epica ha lasciato il posto all'avveniristica ferrovia che aprirà i cancelli di una nuova geografia. Le grandi società hanno bisogno di manodopera, così dalla Cina arrivano grandi flussi migratori che andranno a formare uno dei tanti volti di una classe operaia pronta ad abbattere in massa gli alberi che puntano infiniti un'ultima volta verso il cielo, prima di cadere e diventare la materia prima che taglierà a sua volta la geografia, mutando irreversibilmente il corso paesaggistico della Storia.

Robert Garnier è uno dei questi uomini costretti a lavorare per mesi lontano da casa per racimolare i soldi per la sua famiglia. E' un uomo tranquillo, che non conosce la violenza delle grandi guerre del secolo precedente (e quelle che verranno), nonostante altre accensioni di violenza si manifestano nel corso del tempo, incombendo durante le pause dal lavoro, come quando un lavoratore cinese viene preso di mira da alcuni farabutti razzisti, oppure quando un collega di lavoro si scopre responsabile di aver ammazzato il fratello di un giovane afroamericano determinato a vendicarsi senza esitazioni.

In questi lampi di violenza, di altri film western lasciati ai margini della storia di Train Dreams, si consuma la parabola del solitario Robert Garnier. Spetta ad un bravo Joel Edgerton impersonarlo con incisiva sottrazione; un volto senza età, sotto questa pioggia di ricordi che attraversano mezzo secolo americano fino alle prime immagini riprese dalla Luna.
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​Un lavoro dopo l'altro, Edgerton si misura nelle vesti dimesse di un breadwinner che aspetta solo di intascare i soldi e poter tornare nella casa costruita insieme a sua moglie Gladys, lontana dai grandi centri urbani sempre più interconnessi tra loro. Gladys, interpretata da Felicity Jones, è una classica figura materna, una Penelope custode del casolare ma determinata, davanti alle difficoltà di una vita precaria, ad aiutare economicamente il marito durante i suoi periodi di lavoro sulle ferrovie.

Nello sguardo sofferto di Garnier il regista e sceneggiatore Clint Bentley trova un punto di osservazione efficace sui grandi cambiamenti intercorsi in questa cornice storica; smussa i luoghi comuni dell'epica e lascia che il flusso della narrazione si colori delle trame passeggere che coinvolgono più o meno direttamente la vita del suo protagonista.

L'andamento è rapsodico, frammentario, inevitabilmente figlio del cinema di Terrence Malick, forse l'unica lente adatta a condensare la cascata temporale di eventi che si abbattono sulla vita interiore di Garnier, dove il panorama storico, geografico e (anche) climatico si può aprire e chiudere dentro squarci onirici, a suoni che rievocano affetti perduti, a sogni ricorrenti per tutta la vita, a traiettorie inconsce dove le ferrovie del futuro si sono portate via l'illusione del sogno americano impregnato del sudore, del sangue e dalle ceneri di un catastrofe ambientale che può spazzare via, da un momento all'altro, l'intero lavoro di una vita.

Alla sua seconda opera, Bentley conferma un'abilità notevole a muoversi nell'eredità del genere quando gioca con il montaggio dentro le condensazioni temporali che muovono i fili delle piccole storie all'ombra della Storia più grande; tratteggiando una galleria di personaggi più o meno memorabili, alcuni scritti con un rispetto consapevole per la loro iconografia storica, come il memorabile cameo di William H. Macy, e a volte rischiando di sussumere il grande affresco americano dentro aforismi un po' prevedibili.
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​Presentato al Sundance Film Festival, la produzione testimonia l'impatto della ricostruzione storica e regala momenti di grande resa in cui il paesaggio naturale, protagonista solenne e indifferente, spietato come un incendio e tenero come dei cuccioli trovatelli, ingloba la tragedia di Robert Garnier, è sempre al centro degli svolgimenti che portano avanti la storia.

L'impressione generale è quella di trovarsi davanti un regista capace di imprimere una propria personale sensibilità all'interno di un genere oramai esaurito in cui è ancora possibile ritrovare, dentro la sua grandeur produttiva, una solida e affascinante architettura narrativa. Un'ambizione ammirevole che rischia di ripetersi nei termini di una cifra stilistica a tratti modaiola e ancora debitrice di certi punti di riferimento fin troppo evidenti e pettinati, costantemente puliti dalla luce plumbea dei tramonti che baciano gli attori, da una colonna sonora alla lunga ridondante e, ancor di più, da un invasivo narratore onnisciente, quando la forza delle immagini da sola avrebbe sostenuto il mistero cucito sull'attore protagonista.

Sbavature inevitabili e tutto sommato anche dovute, trattandosi di una seconda opera di questa costituzione, e che tuttavia non minano il respiro cinematografico di uno sguardo (quello del regista) fiducioso dei suoi mezzi e perfettamente a suo agio con l'attore protagonista che regge tutto il peso simbolico del film.

Un Joel Edgerton pienamente in parte, fragile e umano, specchio malinconico di una geografia perduta, come i sogni incontaminati che rimangono lontani oltre il finestrino di un vagone, mentre il resto scorre avanti, ineluttabile verso il futuro.
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Di Emilio Occhialini
10/12/2025

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