Addiction Cinema
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
Search by typing & pressing enter

YOUR CART

TUNER: L'ACCORDATORE

RECENSIONE

TUNER: L'ACCORDATORE - IL FASCINO DEL CLASSICISMO

​​Tuner: L’accordatore — il nuovo film di Daniel Roher, premio Oscar per il documentario Navalny (2022) — è vecchia scuola pura. Ed è sorprendente considerando la giovane età del regista (classe 1993), che ispirandosi alla Hollywood che fu — soprattutto alla New Hollywood e al periodo immediatamente antecedente — realizza una pellicola che fa del suo classicismo un punto di forza, facendoci ragionare sul significato dell’aggettivo classico e su come nel corso degli anni il suo utilizzo sia cambiato.

Il giovane regista canadese abbraccia tutti i cliché del cinema da colpo grosso con l’outsider: mettendo in gioco una posta sempre più alta, inserendo l’interesse sentimentale da parte del protagonista con un passato difficile, creando il personaggio del mentore (non a caso interpretato da Dustin Hoffman, uno dei simboli del cinema americano a cui fa riferimento Roher) e soprattutto intuendo che il fulcro del proprio plot è quello di trasformare sexy un mestiere noioso e rendere irresistibilmente affascinante — nelle sue disgrazie — chi lo svolge.

Niki (Leo Woodall) è un accordatore di pianoforti, seguendo le orme del suo maestro Harry (Dustin Hoffman). Il ragazzo è un ex pianista dal talento innato che soffre di iperacusia: una forte sensibilità ai rumori. Quando Niki scopre che questa condizione gli permette di poter sbloccare le casseforti attraverso il suono degli ingranaggi, decide di guadagnare più soldi associandosi a un gruppetto di criminali di origine ebraica.
Foto
​Se da una parte è presente la sensazione di anticipare i momenti del film, perché ne abbiamo già visti tanti così, dall’altra Tuner: L’accordatore si porta con sé anche tutti i pregi del cinema a cui si ispira. Partendo dal montaggio ritmato — perfettamente coerente con l’elemento musicale protagonista del film — e dalla morbida regia di Roher, che non fa distinzione tra l’accordare un pianoforte e aprire una cassaforte, mettendo al centro dell’inquadratura il rapporto tra Niki e i due oggetti e raccontando il film attraverso essi.

Soprammobili nelle case dei ricchi, per la maggior parte dei casi i pianoforti accordati dal ragazzo sono solo contorno dello status borghese di chi li possiede. Alcuni nemmeno si accorgono di averne uno, e la cura che il ragazzo impiega nell’accordare lo strumento che ama viene ribaltata dal menefreghismo alto-borghese. Esplicativa la sequenza in cui Niki ripara per la prima volta un pianoforte che significa qualcosa; lo fa a casa di Ruthie (Havana Rose Liu), giovane pianista dalle grandi ambizioni, con cui il ragazzo intavolerà presto una relazione sentimentale.

E infine c’è la criminalità multi-culturale, quella che compone l’altro lato di New York e che è stata protagonista di tanto grande cinema statunitense. Dai criminali di origine europea, a quelli che controllano Chinatown.

Non è nulla di nuovo e non lo vuole essere, ma Tuner: L’accordatore riesce a soddisfare il palato degli amanti dell’heist movie vecchia scuola e del cinema urbano fatto di outsider, di loser che ribaltano — o tentano quanto meno di farlo — la loro condizione, trovando risorse all’interno delle proprie debolezze.
Clicca qui per sostenere Addiction Cinema
Di Saverio Lunare
30/05/2026

Email

[email protected]