ULTIMO SCHIAFFO - UNA TRAGICOMMEDIA FRIULIANA
Ci siamo abituati bene. Prima Francesco Sossai con il dolceamaro Le città di pianura – che a quasi quattro mesi dall’uscita si trova ancora in qualche sala – e poi Laura Samani, che a dire il vero arriverà solo in primavera con Un anno di scuola, ma che noi portiamo nel cuore già dalla sua proiezione in anteprima a Venezia. Una cosa è certa, questa stagione cinematografica conferma il Triveneto come fucina di talenti e di autori che, con originalità, riportano al centro la provincia, quella più recondita e irriducibile. Matteo Oleotto raccoglie il guanto con Ultimo Schiaffo, in sala dalla scorsa settimana con Tucker Film.
Petra (Adalgisa Manfrida) e Jure (Massimiliano Motta) sono due fratelli spiantati che vivono ai margini di uno sperduto paesino montano del Friuli. Orfani a metà (la madre è ancora in vita, ma degente e incapacitata mentalmente), i due si arrabattano come tuttofare per scampare al freddo e alla fame. Petra, più selvatica e truffaldina, istiga l’innocuo Jure a seguirla in ogni sua losca impresa con l’ostinazione, un po’ ingenua e un po’ scema, di chi vuole svoltare una volta e per tutte. Con il Natale alle porte, il fatale ritrovamento del cane Marlowe, per il quale è prevista una lauta ricompensa, sembra offrire l’occasione più propizia. Peccato che il piano escogitato da Petra faccia precipitare i fratelli in una spirale di peripezie sempre più grottesche.
Oleotto sceglie lo schiaffo del titolo come espediente per scandire il ritmo della narrazione, le sue svolte e i suoi risvolti: lo schiaffo è fisico nelle competizioni clandestine di power slap, su cui Petra si trova a scommettere e Jure a partecipare in prima persona; lo schiaffo è morale (e moraleggiante) ogni volta che i due fratelli cercano la strada più facile o provano a riabilitarsi; lo schiaffo è infine anche extra-schermo per lo spettatore meno smaliziato, probabilmente sorpreso dalla svolta drammatica del finale. Insomma, schiaffi che arrivano da ogni dove, ma che talvolta tendono ad accumularsi prima ancora di produrre un vero contraccolpo.
Petra (Adalgisa Manfrida) e Jure (Massimiliano Motta) sono due fratelli spiantati che vivono ai margini di uno sperduto paesino montano del Friuli. Orfani a metà (la madre è ancora in vita, ma degente e incapacitata mentalmente), i due si arrabattano come tuttofare per scampare al freddo e alla fame. Petra, più selvatica e truffaldina, istiga l’innocuo Jure a seguirla in ogni sua losca impresa con l’ostinazione, un po’ ingenua e un po’ scema, di chi vuole svoltare una volta e per tutte. Con il Natale alle porte, il fatale ritrovamento del cane Marlowe, per il quale è prevista una lauta ricompensa, sembra offrire l’occasione più propizia. Peccato che il piano escogitato da Petra faccia precipitare i fratelli in una spirale di peripezie sempre più grottesche.
Oleotto sceglie lo schiaffo del titolo come espediente per scandire il ritmo della narrazione, le sue svolte e i suoi risvolti: lo schiaffo è fisico nelle competizioni clandestine di power slap, su cui Petra si trova a scommettere e Jure a partecipare in prima persona; lo schiaffo è morale (e moraleggiante) ogni volta che i due fratelli cercano la strada più facile o provano a riabilitarsi; lo schiaffo è infine anche extra-schermo per lo spettatore meno smaliziato, probabilmente sorpreso dalla svolta drammatica del finale. Insomma, schiaffi che arrivano da ogni dove, ma che talvolta tendono ad accumularsi prima ancora di produrre un vero contraccolpo.
Al pari dei sopracitati autori, il regista intercetta però il potenziale della giusta collocazione geografica e culturale della storia, scegliendo come sfondo la caliginosa Cave de Pedril: un paese soppiantato dal progresso, decaduto spiritualmente dopo la dismissione delle miniere e in cui oggi il Natale è lo sbiadito abbaglio di una possibile restaurazione. Non siamo lontani da Le città di pianura, appunto, in cui uno scorcio su un cavalcavia fatiscente instillava nei due protagonisti l’amara nostalgia per i gloriosi anni novanta: pennellate di un sentimentalismo clandestino che non affligge la provincia, ma che probabilmente la tiene silenziosamente e malinconicamente in vita. Ed ecco quindi che a valanga arrivano le bische in miniera; le band metallare negli scantinati; i contanti; le roulotte e via dicendo. Tutto dall'irresistibile sapore di primi duemila.
Il legame con l'inizio del millennio sembra essere radicato anche nel tipo di comicità scelta da Oleotto, che del film è co-sceneggiatore. Nonostante qualche arguta strizzata d’occhio al contemporaneo (il riferimento al podcast true-crime è molto azzeccato), gli espedienti comici si riducono a un uso spropositato (e irrealistico) del turpiloquio e a qualche momento di ilarità geriatrica. Ma per un film che si fregia degli stilemi della commedia nera coeniana affidarsi a scorciatoie verbali per far emergere il grottesco è un’occasione persa: sarebbe bastato fare un passo indietro, prediligere i silenzi per far emergere la natura tragicomica dei personaggi in modo collaterale e meno dichiarato.
In conclusione, Ultimo schiaffo è un film anti-natalizio che riesce nel disegno di una provincia fossile e di una marginalizzazione inespugnabile – che tanto ricorda i glaciali paesaggi emotivi di The Holdovers di Alexander Payne – ma è anche un film che vuole sorprendere a tutti i costi e che, ispirandosi a Fargo, finisce talvolta per scimmiottarlo.
Il legame con l'inizio del millennio sembra essere radicato anche nel tipo di comicità scelta da Oleotto, che del film è co-sceneggiatore. Nonostante qualche arguta strizzata d’occhio al contemporaneo (il riferimento al podcast true-crime è molto azzeccato), gli espedienti comici si riducono a un uso spropositato (e irrealistico) del turpiloquio e a qualche momento di ilarità geriatrica. Ma per un film che si fregia degli stilemi della commedia nera coeniana affidarsi a scorciatoie verbali per far emergere il grottesco è un’occasione persa: sarebbe bastato fare un passo indietro, prediligere i silenzi per far emergere la natura tragicomica dei personaggi in modo collaterale e meno dichiarato.
In conclusione, Ultimo schiaffo è un film anti-natalizio che riesce nel disegno di una provincia fossile e di una marginalizzazione inespugnabile – che tanto ricorda i glaciali paesaggi emotivi di The Holdovers di Alexander Payne – ma è anche un film che vuole sorprendere a tutti i costi e che, ispirandosi a Fargo, finisce talvolta per scimmiottarlo.
Di Luca Carani
19/01/2026