UN ANNO DI SCUOLA - UNA NUOVA MELA TRA I KIWI DEL CINEMA ITALIANO - SPECIALE VENEZIA 82
Quando nel 2021 — alla Semaine de la critique del Festival del cinema di Cannes — una giovane Laura Samani presentò Piccolo Corpo, il suo esordio alla regia, gridammo al miracolo. Un’opera prima diversa dai classici esordi del cinema italiano, in cui il neorealismo territoriale è stato fuso al folklore e alla magia, attraverso un viaggio che ricorda quelli dei grandi racconti fantasy ma che è anche strettamente connesso alla realtà storica friulana.
All’82a edizione del Festival del cinema di Venezia, Laura Samani è in concorso nella sezione Orizzonti con il suo secondo lungometraggio: Un anno di scuola, liberissima trasposizione dell’omonimo racconto del 1929 di Giani Stuparich. È riuscita la regista triestina a riconfermarsi? A dimostrarsi nuovamente capace di divincolarsi all’interno della nostra produzione cinematografica? La soddisfazione nel rispondere positivamente a queste domande è altissima. Perché Un anno di scuola va oltre il classico film di formazione, ancorandosi a delle sensazioni di immedesimazione e di realismo che lo rendono il miglior ‘school movie’ italiano dei nostri tempi.
Fred (Stella Wendick) è una ragazza svedese che si trasferisce con il padre a Trieste. La giovane è l’unica studentessa all’interno di un istituto tecnico di soli maschi, dove superate le difficoltà iniziali, stringerà un legame molto forte con tre di loro: Pasini (Pietro Giustolisi), Antero (Giacomo Covi) e Mitis (Samuel Volturno). Ma presto gli equilibri del gruppo verranno messi a repentaglio da gelosie e screzi sentimentali.
Ciò che rende Un anno di scuola un film così complesso da realizzare — confrontata a una apparente semplicità cinematografica — è il lavoro che la regista ha fatto sui gesti, sui dialoghi (merito va dato anche alla co-sceneggiatrice Elisa Dondi) e su quei sentimenti, così veri e universali, che i protagonisti provano.
All’82a edizione del Festival del cinema di Venezia, Laura Samani è in concorso nella sezione Orizzonti con il suo secondo lungometraggio: Un anno di scuola, liberissima trasposizione dell’omonimo racconto del 1929 di Giani Stuparich. È riuscita la regista triestina a riconfermarsi? A dimostrarsi nuovamente capace di divincolarsi all’interno della nostra produzione cinematografica? La soddisfazione nel rispondere positivamente a queste domande è altissima. Perché Un anno di scuola va oltre il classico film di formazione, ancorandosi a delle sensazioni di immedesimazione e di realismo che lo rendono il miglior ‘school movie’ italiano dei nostri tempi.
Fred (Stella Wendick) è una ragazza svedese che si trasferisce con il padre a Trieste. La giovane è l’unica studentessa all’interno di un istituto tecnico di soli maschi, dove superate le difficoltà iniziali, stringerà un legame molto forte con tre di loro: Pasini (Pietro Giustolisi), Antero (Giacomo Covi) e Mitis (Samuel Volturno). Ma presto gli equilibri del gruppo verranno messi a repentaglio da gelosie e screzi sentimentali.
Ciò che rende Un anno di scuola un film così complesso da realizzare — confrontata a una apparente semplicità cinematografica — è il lavoro che la regista ha fatto sui gesti, sui dialoghi (merito va dato anche alla co-sceneggiatrice Elisa Dondi) e su quei sentimenti, così veri e universali, che i protagonisti provano.
Inizialmente seguiamo Fred attraverso lo sguardo dei ragazzi. La umiliamo, la desideriamo colpevolmente e la prendiamo in giro. In seguito la nostra immedesimazione sarà affidata a lei, è con Fred che conosceremo anche gli altri personaggi, è con lei che soffriremo per ciò che avverrà nel film ed è con lei che chiuderemo il racconto. Questa è una sofisticata intuizione di scrittura e di messa in scena, capace di raccontarci perfettamente come un ‘alieno’ si deve adattare in un altro pianeta. Un pianeta in cui vige il testosterone e l’idiozia di un retaggio e di un’immaturità tipicamente maschile.
Prendendo in prestito una considerazione che il padre di Fred dice a sua figlia, paragonandola a una mela che, posizionata in mezzo a dei kiwi acerbi, rilascia una sostanza che permette l’accelerazione della maturazione dei frutti, la adattiamo alla regista del film. Con la speranza che la sua influenza e la sua unicità faccia maturare anche altri registi capaci di avvicinarsi al suo modo di fare cinema. Se con Piccolo Corpo avevamo il sospetto, con Un anno di scuola abbiamo la certezza: è nata una nuova mela tra i kiwi del cinema italiano.
Prendendo in prestito una considerazione che il padre di Fred dice a sua figlia, paragonandola a una mela che, posizionata in mezzo a dei kiwi acerbi, rilascia una sostanza che permette l’accelerazione della maturazione dei frutti, la adattiamo alla regista del film. Con la speranza che la sua influenza e la sua unicità faccia maturare anche altri registi capaci di avvicinarsi al suo modo di fare cinema. Se con Piccolo Corpo avevamo il sospetto, con Un anno di scuola abbiamo la certezza: è nata una nuova mela tra i kiwi del cinema italiano.
Di Saverio Lunare
15/09/2025