UNA RAGAZZA BRILLANTE - L'ARRIVISMO SOCIAL TRA CORPI E STEREOTIPI
I commenti sotto i post di Liane (Malou Khebizi) — diciannovenne alle prese con la volontà di sbancare nel mondo dei social e con un’adolescenza sottratta dalla velocità performativa di una vita periferica — vengono sovraimpressi all’immagine come se fossero delle citazioni letterarie. Gli insulti o i volgari complimenti hanno lo stesso font di grandi frasi impresse nell’alta cultura. È questa l’intuizione migliore della regista esordiente Agathe Riedinger all’interno di Una ragazza brillante, il film che ha aperto il concorso della 77ª edizione del Festival del cinema di Cannes.
Peccato che nel resto della gestione dell’universo influencer e racconto sociale, la regista sceglie la direzione più semplice e accomodante, quella che si limita ad abbracciare uno stereotipo e una versione poco stratificata dei social network, di ciò che possono significare nell’ambiente periferico e nell’attuazione di un possibile riscatto sociale.
Il comune di Fréjus, situato nel sud della Francia, non è dissimile dalla Kissimmee floridiana di Sean Baker nel suo The Florida Project. Un luogo decentralizzato dalla grande città, in cui le giovani ragazze (Liane qui e la Halley di Bria Vinaite nel film di Baker) devono barcamenarsi tra piccoli furti e travestimenti sociali (gimmick di persone che in realtà non sono) per poter sperare in un futuro migliore per loro e per una nuova generazione che le accompagna (rispettivamente sorella e figlia).
Riedinger decide di citare direttamente il film di Baker, attraverso una sequenza con protagonisti dei profumi ricavati in dubbio modo. Ma a differenza del film del regista statunitense, Una ragazza brillante scivola nella superficialità quando mette in scena il rapporto adolescenza-periferia e cade in tutti quegli stilemi da cinema festivaliero (un difetto tipico delle opere prime più impegnate a mostrare qualcosa, piuttosto che esserlo).
Peccato che nel resto della gestione dell’universo influencer e racconto sociale, la regista sceglie la direzione più semplice e accomodante, quella che si limita ad abbracciare uno stereotipo e una versione poco stratificata dei social network, di ciò che possono significare nell’ambiente periferico e nell’attuazione di un possibile riscatto sociale.
Il comune di Fréjus, situato nel sud della Francia, non è dissimile dalla Kissimmee floridiana di Sean Baker nel suo The Florida Project. Un luogo decentralizzato dalla grande città, in cui le giovani ragazze (Liane qui e la Halley di Bria Vinaite nel film di Baker) devono barcamenarsi tra piccoli furti e travestimenti sociali (gimmick di persone che in realtà non sono) per poter sperare in un futuro migliore per loro e per una nuova generazione che le accompagna (rispettivamente sorella e figlia).
Riedinger decide di citare direttamente il film di Baker, attraverso una sequenza con protagonisti dei profumi ricavati in dubbio modo. Ma a differenza del film del regista statunitense, Una ragazza brillante scivola nella superficialità quando mette in scena il rapporto adolescenza-periferia e cade in tutti quegli stilemi da cinema festivaliero (un difetto tipico delle opere prime più impegnate a mostrare qualcosa, piuttosto che esserlo).
Tra lunghe riprese in cui la musica classica sostituisce quella diegetica da discoteca e in una narrazione che non privilegia la fluidità e la compattezza, ma che va avanti per step e per sequenze che contornano un esile fulcro centrale, ad emergere è il corpo di Malou Khebizi.
A convincerci è come la giovane attrice francese utilizza al servizio del film la sua corporatura (dove spiccano le spalle larghe), e come esso divenga simbolo per rappresentare le sensazioni della giovane protagonista. Con docce che cercano di lavare via quella finzione, e quel costume perennemente indossato, e vesciche sui piedi che raccontano la fatica nell’interpretare quel ruolo e quella gimmick, è il corpo della protagonista, e il suo utilizzo, a imprimere uno dei pochi ricordi del film all’interno della mente dello spettatore e a stabilirsi — insieme ai precedenti citati utilizzi dei commenti social — come isolata intuizione all’interno di un film che pecca di superficialità stilistica e narrativa.
A convincerci è come la giovane attrice francese utilizza al servizio del film la sua corporatura (dove spiccano le spalle larghe), e come esso divenga simbolo per rappresentare le sensazioni della giovane protagonista. Con docce che cercano di lavare via quella finzione, e quel costume perennemente indossato, e vesciche sui piedi che raccontano la fatica nell’interpretare quel ruolo e quella gimmick, è il corpo della protagonista, e il suo utilizzo, a imprimere uno dei pochi ricordi del film all’interno della mente dello spettatore e a stabilirsi — insieme ai precedenti citati utilizzi dei commenti social — come isolata intuizione all’interno di un film che pecca di superficialità stilistica e narrativa.
Di Saverio Lunare
17/11/2025