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WARFARE

RECENSIONE


WARFARE - L'INUTILIT​À DELLA CARNE DILANIATA

Dopo aver messo in scena il punto di vista dei reporter durante una distopica guerra civile americana in Civil War, Alex Garland decide di spostare lo sguardo e con la collaborazione di Ray Mendoza — reduce di guerra — racconta le sensazioni provate da un plotone dei Navy SEAL durante un insediamento. Questa volta la guerra non è distopica ma reale, è il conflitto in Iraq iniziato nel 2003 per la volontà da parte di George W. Bush di rispondere ai fatti dell’11 settembre, soddisfacendo un proprio vizio personale.

Ciò che i protagonisti di Warfare vivono all’interno della missione rappresentata dal film — inizialmente un banale insediamento finalizzato al monitoraggio degli insorti e successivamente una vera e propria barricata di sopravvivenza — è in linea con l’inutilità dell’intero conflitto voluto dall’allora presidente degli USA. Nessuno sa perché è lì, con un nemico invisibile — che in sintesi non esiste — e con armi da fuoco che sparano a caso, esattamente come casuale è stata l’intera “impresa” bellica da parte degli Stati Uniti d’America.
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Garland e Mendoza non spettacolarizzano mai l’atto — e soprattutto il tempo — di guerra, non è presente nessun’impresa eroica o glorificante e — cosa più importante — non si percepisce mai il desiderio di volerne fare parte. Lo spettatore, che entra in contatto con i protagonisti soltanto attraverso la carne martoriata, il sangue, la polvere e i boati delle esplosioni, non è mai attratto o affascinato da ciò che sta osservando. Quella che viene messa in scena in Warfare è la dimensione orrorifica della guerra, non è un film che analizza ciò che è stato il conflitto, quanto ciò che ha comportato sulla pelle degli esseri umani.
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Warfare sembra essere un esercizio di ricerca antropologica, uno sguardo quanto più simile alla realtà — sempre filtrato dal sistema cinematografico, con grande importanza al suono, al montaggio, alla serrata tensione crescente all’interno dei novantacinque minuti di durata — di ciò che i giovani del plotone hanno vissuto all’interno di quella operazione di sopravvivenza, tra estenuanti momenti morti, errori causati dall’ansia (una morfina iniettata al contrario) e difficoltose comunicazioni tra assediati, il tutto sempre contornato da un sentore: quello di morte. Ed è proprio nello sguardo di Ray — colui che ha vissuto in prima persona gli eventi e ha co-firmato con Garland la pellicola — interpretato da D’Pharaoh Woon-A-Tai che è presente la sensazione di essere già morto, di essere semplicemente carne da macello finalizzata a soddisfare le voglie dall’alto. Aspetto che da sempre è il fulcro dei conflitti, soprattutto quelli del nuovo millennio, indipendentemente che tu sia presidente degli Stati Uniti, della Russia o primo ministro d’Israele.
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Di Saverio Lunare
17/08/2025

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