WE LIVE IN TIME - LA FRAMMENTAZIONE NON EMOTIVA IN CONTRASTO CON LO SCORRERE DEL TEMPO
Nel vasto panorama dei film che uniscono una relazione sentimentale ad un travagliato percorso con la malattia, sono pochi gli esempi di pellicole davvero memorabili o che riescono ad innovare un racconto che spesso risulta standardizzato nelle solite dinamiche. Ci era riuscito Gus Van Sant con il suo Restless (2011) dove, più che per una narrazione innovativa, sorprendeva per l’atmosfera che il grande regista aveva creato per il suo film, sempre in bilico tra l’etereo e il tangibile, con un utilizzo eccezionale delle musiche di Nico.
We Live in Time di John Crowley cerca, attraverso una frammentazione non lineare degli avvenimenti, di avvicinare lo spettatore a vari momenti della vita di Almut (Florence Pugh) e Tobias (Andrew Garfield). Da subito sappiamo che Almut ha un tumore terminale, che hanno una figlia, che si sono conosciuti grazie ad un bizzarro incidente e che le cose tra loro non sono tutte rose e fiori, a causa di un ambizione lavorativa della donna che va in contrasto con i desideri maggiormente intimi di Tobias.
Ma questo voler mescolare le carte era davvero necessario? Era l’unico modo per cercare di innovare una narrazione che altrimenti sarebbe risultata banale a primo impatto? Perché, se è vero che l’idea di non linearità cerca di innestarsi in un percorso narrativo diverso da quello del solito sick lit movie, è innegabile che, per affezionarsi ai personaggi, sia necessario avanzare nel tempo con loro, in un meccanismo molto semplice ma sempre efficace, di coinvolgimento emotivo causato dal proseguire degli eventi, in una crescita che accompagna lo spettatore ai personaggi e agli avvenimenti della loro vita. Ce lo ha insegnato Richard Linklater quanto è fondamentale la linearità attraverso i suoi radicali film che teorizzano il trascorrere del tempo: che sia il tempo di una coppia, con la sua fantastica trilogia partita con Prima dell’alba (1995) o quello della vita di un giovane ragazzo americano in Boyhood (2014).
We Live in Time di John Crowley cerca, attraverso una frammentazione non lineare degli avvenimenti, di avvicinare lo spettatore a vari momenti della vita di Almut (Florence Pugh) e Tobias (Andrew Garfield). Da subito sappiamo che Almut ha un tumore terminale, che hanno una figlia, che si sono conosciuti grazie ad un bizzarro incidente e che le cose tra loro non sono tutte rose e fiori, a causa di un ambizione lavorativa della donna che va in contrasto con i desideri maggiormente intimi di Tobias.
Ma questo voler mescolare le carte era davvero necessario? Era l’unico modo per cercare di innovare una narrazione che altrimenti sarebbe risultata banale a primo impatto? Perché, se è vero che l’idea di non linearità cerca di innestarsi in un percorso narrativo diverso da quello del solito sick lit movie, è innegabile che, per affezionarsi ai personaggi, sia necessario avanzare nel tempo con loro, in un meccanismo molto semplice ma sempre efficace, di coinvolgimento emotivo causato dal proseguire degli eventi, in una crescita che accompagna lo spettatore ai personaggi e agli avvenimenti della loro vita. Ce lo ha insegnato Richard Linklater quanto è fondamentale la linearità attraverso i suoi radicali film che teorizzano il trascorrere del tempo: che sia il tempo di una coppia, con la sua fantastica trilogia partita con Prima dell’alba (1995) o quello della vita di un giovane ragazzo americano in Boyhood (2014).
L’emotività che si crea in We Live in Time è dovuta soprattutto alla chimica dei due attori: Florence Pugh e Andrew Garfield hanno capito perfettamente le sfumature dei propri personaggi: quelle di una coppia moderna che ribalta la concezione gerarchica stereotipata dell’uomo con ambizioni lavorative e la donna con maggiore desiderio di intimità familiare e supporto casalingo. La cosa più interessante del film di Crowley è proprio il rapporto lavorativo di Almut, soprattutto in relazione con la sua malattia e con il desiderio di lasciare una traccia nel mondo, in un meccanismo (che può anche rivelarsi tossico) di ambizione personale in contrasto con il tempo.
We Live in Time non crea nulla di nuovo e, quando prova a fare qualcosa di semi-innovativo narrativamente (sempre nel panorama del sick lit,) non riesce a colpire nell’emotività dello spettatore, che invece viene toccata, paradossalmente, quando il racconto si assesta e vengono fuori le reali capacità del film di Crowley: quelle di mettere in mostra una chimica attoriale non scontata, in un rapporto sempre finalizzato ad innalzare la figura di lei, rappresentante della vera donna moderna occidentale.
Di Saverio Lunare
We Live in Time non crea nulla di nuovo e, quando prova a fare qualcosa di semi-innovativo narrativamente (sempre nel panorama del sick lit,) non riesce a colpire nell’emotività dello spettatore, che invece viene toccata, paradossalmente, quando il racconto si assesta e vengono fuori le reali capacità del film di Crowley: quelle di mettere in mostra una chimica attoriale non scontata, in un rapporto sempre finalizzato ad innalzare la figura di lei, rappresentante della vera donna moderna occidentale.
Di Saverio Lunare