DIGGER
DIGGER - LA MESSA IN SCENA GROTTESCA VERSO L'APOCALISSE
Il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, che torna al cinema dopo la parentesi Netflix con Bardo, la cronaca falsa di alcune verità (2022), si inserisce nella wave di pellicole in cui l’apocalisse imminente è causata dalla (falsa) negligenza del potere, in una rappresentazione della calda attualità dove i ricchi fanno di tutto per continuare ad arricchirsi, ignorando gli avvertimenti e soprattutto comunicando, con carisma e nient’altro, il perché sia importante continuare a trivellare la terra e perché nessuno di noi ne farebbe davvero a meno, indossando la maschera protettiva dell’essere un prodotto della società.
Digger è satira grottesca del potere, ma solo in parte, perché è presente un’altra dimensione all’interno del film del regista messicano, un “trucco” narrativo che proietta lo spettatore altrove e che vuole ragionare sul valore delle rappresentazioni.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un magnate petrolifero che con la sua azienda causa un disastro nell’ecosistema. Un gigantesco iceberg proveniente dalla Groenlandia — luogo in cui Digger sta trivellando da anni — è diretto verso il nord Europa provocando uno tsunami dalle conseguenze atroci. Incaricato dal presidente degli Stati Uniti d’America (John Goodman), il magnate deve cercare di risolvere il danno affrontando le conseguenze del possibile disastro.
Le due dimensioni presenti nel film non coesistono come dovrebbero, come se il timore per il grottesco inglobasse Digger, spostando il focus da un’altra parte, una più rassicurante e autoriferita all’ambiente del regista e del produttore/attore protagonista. Perché quello di Iñárritu è sì un film sul potere, ma è anche una riflessione sulla messa in scena e dunque sugli attori; sul ruolo che hanno gli artisti in una società alla fine del mondo e su che cosa si possa fare per alleviare questa fine, e in questa direzione la pellicola rischia di esaurirsi subito, svelando immediatamente tutte le carte in gioco.
Tecnicamente Digger possiede una forza visiva estremamente impattante, merito della regia di Iñárritu e della fotografia di Emmanuel Lubezki, che incenerisce, sbianca, scarnifica e rende cadaverico il mondo che l’uomo — anch’esso parte decomposta — sta distruggendo, ed è grande Tom Cruise nell’interpretare il mostro contemporaneo — evidentemente ispirato dall’élite politica ed economica statunitense, e anche la Groenlandia non è un riferimento geografico casuale — capace di costruirsi anche momenti comunicativi che ricordano una delle sue interpretazioni migliori in assoluto, quella del predicatore Frank T.J. Mackey in Magnolia di Paul Thomas Anderson.
Il limite più grande di Digger è quello di stare nel mezzo tra l’essere un film che usa la messa in scena per parlare della società, e la società per parlare della messa in scena, una dimensione è molto più grande e interessante rispetto all’altra.
Di Saverio Lunare
02/10/2026