FATHERLAND
RECENSIONE
FATHERLAND - MORTE A FRANCOFORTE E WEIMAR
A otto anni di distanza da Cold War, torna alla regia Paweł Pawlikowski — che nel mentre ha firmato la sceneggiatura per l’adattamento di Limonov diretto da Kirill Serebrennikov nel 2024 — e lo fa trionfando a Cannes con il Prix de la mise en scène (premio per la miglior regia), ex-aequo con i Los Javis e il loro La bola negra.
Fatherland è un viaggio, da Ovest ad Est, attraverso il 1949 e le fratture di un continente ancora sotto le macerie di ciò che è stato. Da una parte lo sfarzo di un’ipotesi di democrazia in cui gli artisti collaboratori dei nazisti ballano, cantano e si divertono a ritmo di jazz; dall’altra, l’utopia di un sistema che non ha retto. Le fratture sono presenti anche all’interno dei rapporti familiari: Thomas Mann (Hanns Zischler), il più grande e rappresentativo scrittore di un Paese, in eterna lotta ideologica e geografica (dunque umana), e sua figlia Erika (Sandra Hüller), che non si sente e non si sentirà mai americana, ma che sembra essere anche lei divisa in due come la Germania.
Tra Stalin e Topolino, tra la California e il vecchio continente, il film di Paweł Pawlikowski è fortemente legato alla storia e all’eredità storica, elementi strettamente connessi alla letteratura di Mann. E non è un caso che la sequenza finale, quella più importante e in cui l’emotività — fino a quel momento repressa e chiusa all’interno dell’algido rapporto — esplode, sembra essere scritta direttamente dall’autore tedesco, con il romanticismo che suona dentro il presente in rovina, diventando l’unico simbolo di umanità dentro un’epoca che sembra aver perso la speranza verso gli esseri umani.
Il rapporto tra classicismo e presente, tra cosa sono la Germania e l’Europa nel 1949 e cosa sono state prima della lacerazione causata dalle due guerre, è il nucleo del film di Pawlikowski e del viaggio compiuto dai Mann (padre e figlia) attraversando quel mondo spaccato, per la prima volta dall’ascesa al potere di Hitler. Con la patria che non viene riconosciuta se non attraverso quei riferimenti, tanto cari allo scrittore, di classicismo che sopravvivono sotto il peso delle macerie.
Il riferimento a Morte a Venezia di Visconti, adattamento di uno dei capolavori letterari di Thomas Mann, è naturale, nonostante la forma rispecchi perfettamente il percorso autoriale del regista polacco iniziato nel 2013 con il meraviglioso Ida, con lungometraggi che non superano mai i 90 minuti e in cui il contenuto del suo cinema viene trasmesso attraverso il rigore formale.
Di Saverio Lunare
17/10/2026