HER PRIVATE HELL

RECENSIONE

HER PRIVATE HELL - LA BELLEZZA DELL'INCONTROLLABILE

Dopo dieci anni da The Neon Demon, l’ultimo lungometraggio per il cinema diretto da Nicolas Winding Refn — che nel mentre ha realizzato due serie televisive: Too Old to Die Young e Copenaghen Cowboy, oltre a cortometraggi e spot pubblicitari come Beauty Is Not a Sin — il regista danese torna sul grande schermo con Her Private Hell, presentato fuori concorso all’ultima edizione del Festival del cinema di Cannes.


In una città distopica piena di neon, Elle (Sophie Thatcher) è una giovane attrice che deve girare un film di fantascienza diretto da suo padre Johnny Thunders (Dougray Scott), con cui ha avuto un rapporto disfunzionale aumentato dalla presenza della sua matrigna Dominique (Havana Rose Liu), ex migliore amica di Elle. Parallelamente, in un’altra dimensione che ricorda una Tokyo futuristica, il soldato Private K. (Charles Melton) sta dando la caccia a Leatherman, misteriosa creatura che appare nella nebbia e dilania i corpi delle giovani ragazze.


La negativa accoglienza critica riservata al film di Nicolas Winding Refn è sinonimo dell’attuale panorama cinematografico in cui il timore nei confronti delle opere apparentemente incontrollate e sicuramente incontrollabili domina come non mai. Her Private Hell è anzitutto (e soprattutto) immaginario, è un film in cui lo spettatore deve perdersi, cercando di andare oltre una facile lettura, abbandonandosi all’idea, sempre più rara, di non poter controllare ciò che sta vedendo.

Image description

Da 13 anni il regista danese ha deciso di (auto)escludersi da qualsiasi discorso industriale che, dopo il successo dello splendido Drive, sembrava poter essere già ben delineato. Refn ha preso un’altra direzione, quella dell’immaginario che viene prima del testo, creando degli UFO cinematografici (e televisivi) che con un ammaliante surrealismo cinefilo — Mario Bava, Dario Argento, William Lustig, ma anche Barbarella di Roger Vadim — travolgono visceralmente lo spettatore, facendo lavorare gli occhi e la pancia, oltre che la testa.


Nella scrittura delle immagini, il regista danese crea sequenze che difficilmente saranno cancellate dalla memoria di chi le osserva, come due mani che dilaniano il petto di una ragazza mentre dall’altra parte della vetrata un atto sessuale raggiunge il suo apice, e non è solo bellezza visiva fine a se stessa, ma è anche rappresentazione, accostamento di significati che creano teorie sul rapporto tra il sesso e la morte e sulla loro sovrapposizione.


Alimentato dalle musiche del nostro leggendario Pino Donaggio, Refn crea una fiaba saffica e mortale che si serve della relazione corporale dello spettatore nei confronti delle immagini e dell’immaginario. Noi vogliamo ancora avere rapporti così con ciò che viene proiettato sullo schermo.

Di Saverio Lunare

30/09/2026