LA MAISON DU VENT
RECENSIONE
LA MAISON DU VENT - IL DOLORE DI CHI RESTA
Roger Ebert definì i film come macchine che generano empatia: se lo scopo della civiltà è costruire un ponte verso l'altro, attraverso il cinema possiamo immedesimarci in un'altra cultura, un altro genere, un'altra classe sociale. Se guardiamo al cinema come un dispositivo empatico, emerge l'importanza di guardare questo tipo di film.
È in questa prospettiva che La maison du vent trova la sua ragiona d'essere: pur non essendo particolarmente innovativo e presentando delle limitazioni sul piano formale e della sceneggiatura, merita la visione proprio in quanto offre uno sguardo non eurocentrico su un tema universale.
La protagonista Josette, interpretata dalla madre del regista, sperimenta una profonda solitudine dopo la partenza dei figli, costretti a lasciare il Camerun per motivi lavorativi. La sua grande casa si svuota e lei trova conforto in una giovane donna, sua immagine speculare in quanto figlia abbandonata dai genitori. Tra le due nasce un rapporto compensativo, iniziato per convenienza ma che progressivamente diventa tenero e autentico.
È in questa prospettiva che La maison du vent trova la sua ragiona d'essere: pur non essendo particolarmente innovativo e presentando delle limitazioni sul piano formale e della sceneggiatura, merita la visione proprio in quanto offre uno sguardo non eurocentrico su un tema universale.
La protagonista Josette, interpretata dalla madre del regista, sperimenta una profonda solitudine dopo la partenza dei figli, costretti a lasciare il Camerun per motivi lavorativi. La sua grande casa si svuota e lei trova conforto in una giovane donna, sua immagine speculare in quanto figlia abbandonata dai genitori. Tra le due nasce un rapporto compensativo, iniziato per convenienza ma che progressivamente diventa tenero e autentico.
Purtroppo mancano dei momenti di riflessione esistenziale sostenuti da una regia sufficientemente ispirata ad elevare il film al di sopra di un dramma piuttosto convenzionale.
Interessa il punto di vista della madre che resta nel villaggio e la geografia sentimentale africana, una prospettiva originale per il pubblico occidentale. Considerato un titolo così poetico, erano auspicabili più momenti di sospensione: gesti quotidiani che hanno perso il loro significato, spazi vuoti attraversati dal vento, un soffermarsi su oggetti e stanze abbandonate. Di questo c'è ben poco e il film si perde in una sequenza di eventi poco incisivi legati alla storyline del matrimonio della giovane Sarah.
Altro tema è quello della tecnologia come ponte tra persone distanti. Per tutto il film vediamo la madre Josette che comunica in videochiamata con i figli emigrati: non una soluzione, ma un lenitivo nell'attesa di un ricongiungimento che potrebbe non avvenire.
Il primo lungometraggio del regista camerunese Auguste Bernard Kouemo Yanghu, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 83, convince a metà. A tratti commovente, risulta tuttavia manchevole di quell'afflato poetico o, in alternativa, di una componente melodrammatica più importante che lo avrebbero reso memorabile.
Interessa il punto di vista della madre che resta nel villaggio e la geografia sentimentale africana, una prospettiva originale per il pubblico occidentale. Considerato un titolo così poetico, erano auspicabili più momenti di sospensione: gesti quotidiani che hanno perso il loro significato, spazi vuoti attraversati dal vento, un soffermarsi su oggetti e stanze abbandonate. Di questo c'è ben poco e il film si perde in una sequenza di eventi poco incisivi legati alla storyline del matrimonio della giovane Sarah.
Altro tema è quello della tecnologia come ponte tra persone distanti. Per tutto il film vediamo la madre Josette che comunica in videochiamata con i figli emigrati: non una soluzione, ma un lenitivo nell'attesa di un ricongiungimento che potrebbe non avvenire.
Il primo lungometraggio del regista camerunese Auguste Bernard Kouemo Yanghu, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 83, convince a metà. A tratti commovente, risulta tuttavia manchevole di quell'afflato poetico o, in alternativa, di una componente melodrammatica più importante che lo avrebbero reso memorabile.
Di Luca Palumbo
10/09/2026